Tracey Emin | My bed (1998)

arte

Londinese, classe 1963, una lunga militanza tra gli Young British Artists, tanti premi e esposizioni alle spalle. È Tracey Emin, un’artista icona dell’arte contemporanea. Un’icona, come il più famoso e discusso tra i suoi lavori: My bed, esposto per la prima volta nel 1998. Alla vista l’opera è un semplice ready made del letto sfatto dell’artista, ricolmo di tutto ciò che la struggente disperazione per la fine di una storia può portare con sé nell’arco di quattro lunghi giorni.

My bed è solo questo? Ovviamente no, anche se nel lontano 1999, quando venne esposto alla Tate Gallery come opera selezionata per il Turner Prize, non tutti erano d’accordo. La lista di critiche e di commenti negativi fu lunghissima: l’estetica degradante dell’opera e minimamente non curata, nessuna tecnica e nessuna azione significante per la creazione dell’oggetto e l’eccessiva immediatezza e originalità (negativa). La risposta di Tracey Emin fu molto semplice e diretta: certo, chiunque avrebbe potuto presentare un letto sfatto come quello, ma nessuno l’aveva mai fatto al di fuori dilei. Simili reazioni suscitò Everyone I have ever slept with 1963-95, una tenda da campeggio con ricamati al suo interno i nomi degli uomini con cui Tracey Emin aveva dormito, dal fratello gemello Paul, ai due aborti e ai partner sessuali.

Il lavoro che l’artista propone alla fine degli anni Novanta segna, insieme ad altri lavori di quel periodo, il ritorno dell’arte contemporanea alla vita reale e quotidiana, esplorata in tutta la sua banale ma universale problematicità.

My bed è la trasposizione artistica di una situazione che chiunque può aver vissuto o visto tra le scene di un film.   Per questo l’opera funziona e ci scuote così tanto: è brutalmente legata alla verità della vita, non è una riproduzione creata ad hoc, ma un’immagine della nostra cultura visuale. Emin stessa l’ha confessato: l’opera non è mai stata pensata né creata, è nata da sé durante i quattro giorni passati a letto, al termine dei quali un senso di disgusto e gratitudine insieme ha portato la donna alla rivelazione: «and then at that moment I just saw it in a white space and I realised that it was art».

Tracey Emin – ‘My Bed’ and JMW Turner at Turner Contemporary, video intervista del Turner Contemporary, 17 ottobre 2017

D’altra parte per Tracey Emin si tratta sempre di raccontare sé stessa, la sua vita e le sue emozioni, creandoun ritratto e un’autobiografia in continua evoluzione, non freddo e distaccato, ma accogliente e inclusivo. Le opere evolvono insieme all’artista, maturano con lei e la accompagnano. My bed diventa l’istantanea di un momento passato, il ricordo e l’oggettificazione di una sensazione. Emin vede il suo letto, oggi, come un fantasma e ogni volta che viene spostato e installato in nuovi luoghi è sempre un po’ più rovinato, disordinato ed esasperato. Fa tutto parte del passato: l’artista non fuma più, non beve, non usa più contraccettivi perché è in menopausa, porta in vita la cintura che una volta le stava sui fianchi e si prende cura di sé stessa.

Realizzato più di vent’anni fa, quel letto è parte di un immaginario culturale che tutti condividono, perché in esso si riversa l’eterna attualità della solitudine, della paura, dell’incertezza, del malessere.