Storia di un matrimonio (2019) di Noah Baumbach

cinema

Quando Noah Baumbach ha scelto l’espediente registico per mostrare le dinamiche della famiglia Barber, chi ha visto questo film sa che ci ha proposto un gioco da tavola. Sappiamo che nel Monopoly, fra imprevisti e probabilità (e con un po’ di fortuna), si raggiunge un gruzzoletto di terreni per poi costruirvici sopra. In questo caso i giocatori sono ai ferri corti e la partita dura decisamente più del previsto. Perché Nicole lo vuole, dannatamente, il «pezzo di terra tutto suo», e quando due spiriti competitivi se la giocano a dadi può finire male, al punto da battere i pugni sul tavolo, o contro un muro. 

In questa pluripremiata Storia di un matrimonio (2019) una madre disordinata ma molto presente e un padre a cui «piace quasi troppo fare il padre» scoprono che c’è una differenza abissale fra il pianto che scoppia naturale nella vita privata, a parlare di divorzio, e quello forzato che bisogna fingere sul palcoscenico, dove sono un’attrice e un regista apprezzati di New York. O di Los Angeles, ce lo si chiede più volte, perché quando Nicole accetta il nuovo lavoro nella città californiana e il piccolo Henry cambia scuola e amici, la distanza fisica e relazionale sembra farsi irriducibile per un papà che é tenuto o è ora, effettivamente, lontano.
 
In un film che trova linfa vitale negli affetti naturali che legano un papà e una mamma al loro bambino, delicato quanto un taglio di capelli a bordo vasca o un nodo alle scarpe slacciate, il contrasto si dà con l’automatismo mostruoso degli assistenti sociali o, peggio, con quello vorace e macchinoso dei migliori avvocati della città. Partiti con l’intenzione di risolvere la questione autonomamente, Nicole e Charlie vengono travolti dal mordente ingordo dei patrocinanti, che deforma pericolosamente i lineamenti dei propri assistiti, facendo a brandelli più che ricomporre in un accordo onorevole.
 
Sono gli sguardi a riallacciare fili immaginari, parole non dette da una parte all’altra della metropolitana, o i primi piani espressivi di una ribollente Scarlett Johansson e di un Adam Driver dolente. Ma non solo. La prospettiva più interessante di questa pellicola risiede nella densità umana delle scene, nell’eterogeneità degli umori contingenti: ai silenzi si sovraordinano ora i dialoghi, ora i litigi fra i due egocentrismi, le vicendevoli crisi di pianto, il tentativo di riconciliazione evasiva di un magna magna legale che li ha lasciati esangui. Questa commedia drammatica, capace di toccare apici ringhiosi e strappare teneri sorrisi, non delude nella sua vena empatica che discopre indissolubili sentimenti e risentimenti. Nemmeno alla fine, quando, anche se la vertenza le sorride, Nicole rinuncia con buonsenso al piccolo vantaggio, ora che Los Angeles le ha restituito la serenità. Perchè lì c’è spazio, ce lo hanno ripetuto tutti, e da regista del gioco, invece che pedina, non le manca terreno su cui costruire.

Articolo di Valeria Giudici