Sul pensiero antico

letteratura

Tra le tipologie di riflessione di carattere culturale che più detesto in assoluto, spicca senza alcuna ombra di dubbio la disgraziatamente frequente questione relativa alla difesa dello studio delle lingue antiche, il greco e il latino.

Circolano quotidianamente gratuiti quesiti che vogliono interrogarsi sull’utilità degli studi classici, domande esasperanti e scaturite da menti agghindate dall’idilliaca possessione della verità in tasca; questa vuole quindi essereun’occasione di riflessione sull’utilità di ergersi a ultimi crociati linguistico-sociali della classicità.

Perché ostinarsi a ribadire la necessità e l’importanza di Tucidide e di Lucrezio?

Perché tentare di convincere qualcuno sull’essenzialità di Euripide e di Ovidio?

Perché la Grecia e la Roma antica, della hybris e del mos maiorum, avrebbero bisogno di essere rivendicate, ribadite e, addirittura, protette?

Tutte queste argomentazioni e questi procedimenti non servono assolutamente a nulla. Entrambe queste due culture di sterminata rilevanza umana non manifestano esigenze di alcuna natura, né individuale né collettiva. Ci hanno insegnato e tramandato nozioni e principi di linguistica, di matematica, di architettura, di diritto, di musica, di politica, di geografia, di culto e di storytelling che affondano le radici in terreni ben più antichi e ben più vissuti rispetto a quelli su cui camminiamo noi, figli di questo arido e apatico ventunesimo secolo.

Coloro che ci hanno preceduto paradossalmente conoscevano il mondo molto più di noi, che sguazziamo e ci pavoneggiamo in questo ipocrita mitologia del progresso e dello sviluppo; mai l’umanità ha convissuto con l’incertezza come in questi giorni, in questi anni. Pur disponendo di sconfinati strumenti conoscitivi, non facciamo altro che diffidare, che fare del dubbio il nostro prediletto mezzo di approccio al mondo, alla storia e alla natura. Omero, Virgilio, Aristotele, Seneca, Petronio, Eschilo, Esiodo, Orazio convivevano con la realtà ad un livello così elevato da vivere nel perenne desiderio di imparare da essa, di trarne sempre più insegnamento per arrivare alla verità ultima delle cose, impresa che indubbiamente hanno tutti portato a termine.

È sensato riempirsi la bocca con gli stessi nomi?

È utile sprecare parole in favore di un retaggio così sterminato?

È ragionevole voler proteggere questo bagaglio di sapienza e di dottrina?

No.

E perché questo?

Per il semplice fatto che il greco e latino non possiedono alcun bisogno di farsi difendere da nessuno, sono talmente altri ed elevati che possono essere apprezzati e compresi da coloro che vogliono realizzare questo proponimento.

Chi non intende leggere queste opere non deve essere obbligato con una pistola alla tempia. Se lo studio di questi autori non sortisce effetti di estasi al limite del coma, non è certo una disgrazia.

Che ognuno possa essere libero, proprio come desideravano gli antichi, di esprimere il proprio intelletto in modo individuale e soggettivo, sia nella ragione che nel torto.

Il pensiero non danneggia nulla, al contrario del pregiudizio.