L’arte relazionale nasce in Italia | MARIA LAI

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Ulassai è un piccolo paesino della Sardegna, in provincia di Nuoro, di poco meno di 2.000 abitanti. Nel 1919, a guerra appena conclusa, nasce da una famiglia borghese della campagna rurale, seconda di cinque figli, Maria Lai.

Gracile, di salute cagionevole e con la morte di una sorella più piccola alle spalle, vive un’infanzia isolata da dei parenti più vicini all’aria salubre del mare. È in questi momenti di noia e solitudine che Maria scopre il suo talento per il disegno, la sua grande curiosità e la voglia di esprimersi in modi che solo lei conosce. 

Completa le scuole secondarie a Cagliari e riesce a trasferirsi a Roma nel 1939 per frequentare il Liceo Artistico. Dopo il diploma si sposta a Verona, qui soggiorna per poco tempo prima di raggiungere Venezia e iscriversi all’Accademia di Belle Arti, dove incontra Arturo Martini come insegnante.

L’Accademia non è proprio il luogo che si immaginava. L’ambiente è totalmente maschile, lei è l’unica donna iscritta e questo non le dà diritto a corsie preferenziali o privilegi, anzi, tutto il contrario. Lo stesso Arturo Martini fatica ad accettare l’idea che il mondo dell’Arte si apra anche alle donne. Maria però è timida ma testarda, e non demorde. 

A guerra conclusa, nel 1945, si accorge che il desiderio di tornare a casa è sempre più forte. Grazie a conoscenti e a un viaggio non senza difficoltà, riesce a rientrare a Ulassai. Per dieci anni insegna disegno alle scuole elementari e frequenta gli artisti locali, tra cui il suo vecchio insegnante Salvatore Cambosu, con il quale aveva coltivato la passione per la parola e la scrittura. 

Nel 1954 ritorna a Roma, ed è da qui che inizia realmente la sua carriera artistica, con le prime esposizioni e il suo primo studio personale. La carriera sembra andare per il meglio, e riscuote anche un discreto successo, ma Maria non sembra appagata. Sa di avere capacità e intuizioni molto più grandi di quelle che mostra, ma non trova niente e nessuno a cui chiedere aiuto e al quale ispirarsi. Comincia così un altro ciclo di silenzio artistico di dieci anni, durante il quale rimane a Roma, coltivando rapporti e amicizie, soprattutto in ambito poetico e letterario. Sono anni lunghi di riflessione e introspezione, anni in cui coltiva la forza e la conoscenza per potersi riaprire al mondo dell’Arte in un modo totalmente nuovo. A cinquant’anni è pronta per fare il suo secondo nuovo esordio con i telai.

I telai sono l’esempio di tutto ciò che verrà successivamente, e di ciò che sarà il focus del suo percorso. Il filo in particolare sarà l’oggetto che la guiderà e dal quale si farà guidare. Un filo che diventerà immagine e parola, un filo che servirà per ricamare e rimarcare e un filo che servirà per unire.

«Capisce che essere originale vuol dire anzitutto riconoscere le origini»

Da qui in poi sarà Ulassai, saranno la sua terra, le abitudini e la sua cultura a formare la poetica e l’immaginario che la renderanno quella che conosciamo. Sarà il legame profondo, riscoperto in età adulta, con un luogo così ostile che tanto le ha tolto fino a farla  desiderare ditornare e riscoprire quello che aveva lasciato da parte. 

È proprio a Ulassai, nel 1981, che realizza uno dei suoi lavori più importanti, che anticipa di più di dieci anni quella che solo nel 1998 verrà definita dal critico Nicolas Bourriaud “Arte Relazionale”. 

È un lavoro rivoluzionario e soprattutto ambizioso. Il sindaco chiede a Maria Lai di progettare un monumento ai caduti, ma l’artista non vuole occuparsi di persone che non ci sono più, non vuole occuparsi di chi il paese non può più viverlo. Chiede quindi di poter realizzare un monumento ai vivi, agli abitanti. 

Il risultato fu una performance mai vista prima. Partendo da una leggenda popolare, una bambina salvatasi dal crollo del monte di Ulassai seguendo un nastro celeste che fluttuava nell’aria, Maria decide di legare insieme tutte le case del paese e unirle poi al monte stesso. Il lavoro richiese tre giorni di preparazione e quasi 30 chilometri di filo celeste, ma l’aspetto materiale fu quello meno difficile di tutti. Era il coinvolgimento emotivo e la richiesta di comprensione dell’atto artistico che spaventava gli Ulassesi. Vedersi legati, uniti, congiunti a famiglie e persone con le quali non parlavano da anni,  con cui c’erano rancori e dissapori o non avevano mai avuto rapporti sembrava loro un inutile ed esagerata follia. Fu questo il vero ostacolo che richiese mesi di lavoro, riunioni ed assemblee per persuadere i paesani a partecipare e rendersi aperti e disponibili. Alla fine fu trovato un compromesso: tra le case dove c’erano buoni rapporti oltre al filo legato sarebbe stato legato un pane come simbolo di comunione e condivisione pacifica; al contrario, tra le case dove c’erano inimicizie o problemi il filo doveva essere teso come i rapporti stessi. Sia che ci fosse il pane, sia che il filo fosse teso, tutti rimanevo comunque legati gli uni agli altri, tutti facevano parte della stessa comunità e di Ulassai.

Fermo immagine dal film Sulle tracce di Maria Lai

Il lavoro verrà chiamato Legarsi alla montagna e darà a Maria Lai una visibilità internazionale. Da qui la sua carriera artistica decolla in maniera esponenziale e raggiunge l’apice quando, nel luglio del 2006 proprio a Ulassai, inaugura il Museo di Arte Contemporanea Stazione dell’Arte dove si trova il corpus più consistente delle sue opere. Maria purtroppo gode solo pochi anni di questo splendido regalo al suo paese che lo tiene vivo agli occhi di tutti, perché si spegne nel 2013, ricongiungendosi per sempre ai suoi familiari e alla sua terra, dove viene sepolta. 

Maria Lai ci lascia una grande testimonianza di quello che vuol dire unire arte e vita e di come la vita possa essere al servizio dell’arte e viceversa. Partire da sé stessi, dalla propria esperienza per portare qualcosa a chi guarda. 

Legarsi alla montagna ci ricorda come, se lo vogliamo, l’arte può essere sociale, attiva e presente tra le persone e, soprattutto, non essere elitaria e chiusa. 

L’Arte Relazionale nasce con Maria Lai tra le persone e per le persone, persone comuni, gente di paese il più distante possibile da ciò che immaginiamo possa essere il mondo dell’arte. Un obbiettivo che di poco si allontana da quelli, per esempio, di Rirkrit Tiravanija che all’inizio degli anni ’90 prepara pasti per tutti i visitatori delle gallerie in cui si trova, per creare un momento di comunità e condivisione tra le persone; oppure quelli di Marco Vaglieri, che con Operazioni necessarie alla circolazione accelerata di ossigeno, nel 1995, invita tutti i passanti a fermarsi a chiacchierare e bere un thè all’interno di piccole casette giocattolo.

Maria anticipa di quasi dieci anni una tendenza e un modo di fare arte che diventerà poi tra i più utilizzati. 

Nel 2019, a cento anni dalla nascita dell’artista, il MAXXI di Roma inaugura una personale e lei dedicata, mentre a Ulassai si dà vita a un progetto molto speciale, realizzato da Marcello Maloberti e curato da Davide Mariani, in collaborazione con la Stazione dell’Arte dal titolo Cuore Mio.