Virtual Photography e ready made | Intervista a Emanuele Bresciani

arte
Emanuele Bresciani, Whispers in the dark da Uncharted 4

Bergamasco, classe 1969, Emanuele Bresciani è considerato il pioniere della Virtual Photography italiana e mondiale. Lo abbiamo incontrato lo scorso febbraio a Luzzana, nella chiesa sconsacrata di San Bernardino, in occasione della sua mostra “Screenshot” in collaborazione con il Museo d’Arte Contemporanea di Luzzana.

L’approdo della Virtual Photography in un museo è un fatto assolutamente rivoluzionario, così come la sua catalogazione in arte di ready made. In effetti, la VP (acronimo di Virtual Photography) aderisce alla perfezione a quella logica di matrice duchampiana per cui un oggetto, in questo caso un’immagine, una volta estratto dal contesto di appartenenza viene ricollocato in un altro spazio che nulla ha a che vedere con la sua funzione di partenza.

Prima di entrare nel vivo della mostra, Emanuele mi spiega che cosa si intende con Virtual Photography:

La Virtual Photography è l’insieme delle regole appartenenti alla fotografia classica portate all’interno di un videogioco, tramite un softaware che si chiama Photo Mode e che permette di sganciarsi dalla telecamera principale del gioco, che solitamente non valorizza tutto il lavoro artistico che c’è alle spalle. Questo è dovuto al fatto che la telecamera ha la funzione di fornire all’utente la possibilità di giocare avendo una visuale completa di quello che c’è intorno, ma nel fare ciò si complica la percezione dell’arte presente nel videogioco. Dunque, il Photo Mode dà la possibilità di mettere in pausa il gioco e immortalare un’azione, un volto o un paesaggio, per esempio: ci si può avvicinare a una persona nel caso in cui si voglia fare un ritratto. Quindi si gestisce l’inquadratura in base alle esigenze del fotografo e fondamentalmente si tenta di ricreare tutte le funzioni di una macchina fotografica con tanto di grandangolo.

Emanuele Bresciani, Canaletto da Assassin’s Creed: Origins

La Virtual Photography di Bresciani si pone come obbiettivo lo scollamento dall’idea registica del direttore per lasciare spazio non solo alla creatività, ma anche alla sensibilità di fotografo. È grazie a uno sforzo artistico di questo calibro che risulta possibile raccontare e di conseguenza godere di storie e impressioni che altrimenti nella frenesia del gioco, andrebbero perse o addirittura ignorate. A tal proposito Emanuele sottolinea:

Paradossalmente, le critiche più aspre vengono proprio dalla comunità videoludica: molti infatti non riconoscono alcun merito artistico nel nostro lavoro, lo considerano una semplice acquisizioni di immagini da un gioco che è già bello di per sé. Al contrario il mondo dell’arte si è inaspettatamente rivelato di vedute larghe ed è stato molto accogliente.

Aggiunge:

Quando ho iniziato a occuparmi di Virtual Photography la mia prima grande ambizione era quella di ricreare gli artwork dai quali si sviluppano i videogiochi, si tratta quindi di una sorta di operazione regressiva. L’artwork infatti è il punto di partenza nel processo di sviluppo del videogame e dell’atmosfera che esso propone, quindi il mio intento è quello di un ritorno alle origini.

Emanuele Bresciani, Lonely Hearts’ Club da The Order 1886

Degas, L’assenzio, 1875-76

Mentre passeggiamo lungo lo spazio espositivo osservando con grande curiosità il susseguirsi di fotografie dai soggetti più vari, una in particolare intitolata Lonely Hearts Club cattura la mia attenzione e chiedo a Emanuele di parlarmene:

Questa è una delle mie preferite in assoluto, viene da The order: 1886. Ambientato nella Londra vittoriana, è uno shooter game che vede come protagonisti dei cavalieri di un ordine segreto impegnati nella lotta contro un culto di licantropi. La cosa che mi piace di questa foto è che non c’entra niente con il gioco, perché non rappresenta i personaggi principali o l’ambientazione solita, tantomeno l’azione tipica che ci si aspetterebbe da un gioco come questo. È una fotografia scattata in un bordello londinese, un luogo nel quale gli uomini si recavano in cerca di una compagnia che potesse riempire dei vuoti affettivi, eppure questo scatto mette in luce un distacco totale, un senso di solitudine disarmante. L’uomo affoga nell’alcol i suoi pensieri e la prostituta ha lo sguardo rivolto in tutt’altra direzione. Credo che a livello concettuale sia la mia foto più riuscita.

A proposito dei soggetti ritratti nelle sue fotografie, Emanuele aggiunge:

Le persone sono sicuramente più difficili da ritrarre perché avere uno sguardo autentico da un personaggio di un videogioco ancora oggi è molto difficile. Tuttavia, mi piace molto immortalare le scene d’azione anche se spesso l’effetto grafico tende a interagire male con il modello poligonale del personaggio, che può risultare deformato o irreale, dunque esistono ancora molti limiti per i quali non sempre si riesce ad ottenere ciò che si vorrebbe.

Emanuele Bresciani, Bright Eyes da Uncharted 4

Alle spalle di quello che ai più potrebbe volgarmente apparire come un semplice screenshot, gravitano ore di lavoro e selezione:

Lo standard attuale rispetto alla durata di un gioco è di circa quindici ore, io ce ne metto quarantacinque perché per ogni ora di gioco ce ne sono minimo due in cui scatto fotografie che poi vengono scartate e selezionate con un processo molto lungo ed estenuante.

Se le differenze rispetto alla fotografia “tradizionale” sono piuttosto evidenti, i punti di contatto non lo sono altrettanto, a tal proposito Bresciani spiega:

Anche nella VP, così come nella fotografia classica, esiste un lungo e complesso lavoro di composizione che ad esempio prevede la scelta dei soggetti da includere o meno oppure lo studio del movimento che l’occhio deve compiere. Quindi le regole dettate dalla fotografia tradizionale si prestano anche ai fini della strutturazione di una fotografia virtuale.

Emanuele Bresciani, Blue Nile da Assassin’s Creed: Origins

La perseveranza e la bravura di Emanuele hanno reso possibile l’inclusione della Virtual Photography nel mondo dell’arte contemporanea, una notizia che ha sorpreso e lusingato il fotografo:

È stato sconvolgente: la Virtual Photography fino a questa mostra veniva considerata come un semplice hobby, ben lontano dall’essere una forma d’arte, anche perché ne esiste una produzione molto pigra e copiosa, perché dovuta al fatto che la maggior parte delle persone non ha una visione specifica del videogioco e si limita a realizzare dei semplici screenshot. Sin dai suoi albori si è sempre manifestata una forza uguale e contraria che ha tentato di circoscrivere la Virtual Photography alla nicchia dei videogiochi, ma il fatto che i curatori di un museo e dei critici abbiano definito la mia pratica come arte di Ready Made le restituisce una dignità e un’importanza di cui fino a un mese fa non godeva ed è per me motivo di grande orgoglio.

Concludiamo la nostra visita con un augurio di Emanuele:

La mia speranza è che tra una decina di anni la Virtual Photography possa arrivare nelle sale dei più importanti musei di arte contemporanea del mondo, chissà magari anche in quelle del MoMa.