Artisti in isolamento | Intervista a Ludovico Colombo

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La quarantena e l’isolamento hanno inciso ormai sulla vita e il lavoro di tutti. In particolare sul lavoro dei giovanissimi artisti appena emergenti, che si sono visti bloccare sul nascere la stagione primaverile di mostre, bandi, residenze ed esposizioni. Il quesito che ogni persona appartenente all’ambito artistico si pone in questi ultimi giorni è quello sul futuro. Nessuno sa cosa ne sarà dell’Arte Contemporanea dopo questa brutta battuta d’arresto. Gli artisti però, dai più ai meno giovani, sono quelli che stanno cercando di fare tesoro di quest’esperienza: autoriflessione, introspezione, tempo da dedicare ai propri progetti.

Ho parlato con Ludovico Colombo (1998) studente al terzo di Pittura e Arti Visive dell’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo. La sua ricerca artistica si concentra principalmente intorno ai temi della spiritualità e dell’intimità profonda, intesa come paesaggio interno che si traduce in immagini astratte, nelle forme del disegno, della performance e della scultura. Ha partecipato a diverse mostre collettive nella bergamasca, al Premio Nazionale dell Arti 2019 all’Accademia Albertina di Torino, ha in corso una mostra a Luogo_e (Bergamo) e altri progetti futuri che ancora non possiamo svelare.

Sei un artista che, già quotidianamente, lavora con la riflessione su di sé. L’ essere costretto a questa riflessione dall’isolamento in casa, ha portato dei cambiamenti nella tua pratica oggi?

«Per quanto riguarda la riflessione su di me, probabilmente sì, ma in modo non ancora diretto. Io parlo di introspezione nel mio lavoro, ma difficilmente faccio riferimenti autobiografici. Ho trovato comunque normale, in un periodo difficile come questo, iniziare una riflessione su me stesso, talvolta anche forzata dalla situazione stessa. Non è una cosa sempre piacevole, dover continuare a confrontarci con queste situazioni più profonde di noi stessi può diventare estremamente pesante, però ovvio, questo è il momento che ti porta un po’ a farlo anche se non lo desideri. Obbiettivamente questa costrizione può portare a scoprire anche parti di noi molto nascoste, buie, in un certo senso non particolarmente gradite, e se non vengono trovate probabilmente si sta sbagliando qualcosa, deve essere un po’ difficoltoso addentrarsi in questa parte profonda di noi. Adesso che ci penso lo rivedo un po’ nelle ultime serie di lavori che ho prodotto, che riflettono anche su quest’idea che c’è sempre una figura più o meno solida, che però mantiene anche una sua fragilità; che sia un involucro o un guscio, una protezione rimane sempre molto esterna a questa forma solida, sempre calata però in una dimensione che è più rarefatta, polverosa come cenere, polvere di gesso. Un po’ come se si fosse consumato qualcosa in questo gesto di scavare, un po’ come un presagio di qualcosa che deve arrivare».

Nel tuo lavoro usi anche la performance. In una situazione come quella odierna, la pratica dell’atto dal vivo, con un pubblico presente, è assolutamente necessaria, oppure il tutto potrebbe essere presentato ed usufruito in altro modo?

«Vedo che il mondo dell’Arte è molto acceso su questa condizione dell’atto performativo. In un certo senso diviene impraticabile, e se non lo è più, deve essere per forza trasposto con l’aiuto di qualche altro medium. Che l’atto performativo venga spostato in una dimensione più privata, potrebbe essere una deriva, una possibilità di un primo momento, prima di poter tornare ovviamente a performance che possono essere più pubbliche. Come ad esempio quelle di Marco Vaglieri, artista a me molto caro che continuava nelle sue performance la ricerca di conoscenza dell’altro, di libertà di rapporto con l’altro. Credo ci vorrà tempo prima di tornare ad esperire una performance dal vivo, anche a livello pubblico, e anche quando succederà sarà comunque interposta da qualche altro medium. Per quanto mi riguarda, nonostante la mia giovane età, preferisco sempre la dimensione dal vivo: ineguagliabile. Per le performance stesse che ho pensato e che vorrei realizzare c’è sempre questo rapporto stretto con chi decido di far partecipare attivamente e con chi decido di far assistere. L’identità che ha questo rapporto quando le sue corde più profonde che legano a sé i due individui vengono scoperchiate, messe a nudo. Ovviamente in un contesto in cui anche l’intimità è sempre più chiusa nella propria casa e nel proprio ambiente, nella propria famiglia, la vedo molto dura per la performance. Soprattutto per le mie performance che credo rimarranno solo progetti per ora».

Durante l’isolamento era in corso la mostra Devo riferire qualcosa che ho visto allo spazio espositivo Luogo_e di Bergamo, a cui hai partecipato insieme ad altri artisti. Come hai vissuto la chiusura di una delle tue prime esposizioni importanti?

«Mi fa molto ridere ora che uno dei temi centrali della mostra fosse il rapporto tra l’uomo e la natura, sia di natura succube che di natura feroce. Tema discusso e ripreso anche in periodo di pandemia, anche in modo più o meno complottistico. Penso alle particelle, ai microorganismi che in contesti come i nostri devono anche loro continuamente adattarsi. Penso alle teorie che incolpavano l’inquinamento industriale e atmosferico per la rapida diffusione del virus. Penso spesso anche che, all’inaugurazione del 14 febbraio, eravamo a Luogo_e in tantissimi, in uno spazio piccolissimo, e nessuno sapeva e si preoccupava di nulla. La mostra, è vero, è stata chiusa a lungo, ma la mia opera, come l’opera degli altri artisti che hanno partecipato, è ancora lì, e nessuno è andato a recuperarla perché è successo tutto in brevissimo tempo, a metà dell’esposizione.  È ovvio che ci resti un po’ così perché dici «Cavolo sta durando tantissimo come mostra, ma non la sta andando a vedere nessuno». Eppure mi sento in sicurezza a lasciarla lì, perché è un luogo importante, un luogo adatto e dedito all’arte, in cui l’arte è conservata anche se non la vede nessuno.

Per fortuna Luogo_e ha riaperto il 4 giugno, e ha deciso di tenere la mostra aperta ancora per un po’».

C’è qualcosa che hai piacevolmente riscoperto durante questa quarantena?

«Come tutti, ho riscoperto un po’ di cose, anche più fantasiose. Però in linea di massima penso ai libri e al cinema. Sto preparando una tesi e cerco di tenere un buon regime sia di lettura che di film. Stavo riflettendo con un amico che ha detto una cosa a mio parere intelligente, anche se può suonare drastica: è servito un lockdown mondiale, come quasi tutta la popolazione italiana bloccata a casa, ritrovi il tempo di poterti dedicare sinceramente alla lettura, alla visione di un film, alla cura della propria alimentazione, alla riscoperta dell’ambiente domestico come luogo centrale della nostra vita. Sono cose che, in un certo senso, possono sembrare banali, ma per riscoprirle è servita una situazione così distopica, allucinante, che nessuno avrebbe mai pensato. Tutti eravamo dell’idea che il problema era là, in Cina, e non ci avrebbe toccato e adesso viverla rende la condizione incredibile. Personalmente la pratica della meditazione, della preghiera, in particolare la recitazione dei mantra buddisti, non è una riscoperta, ma diventa comunque un momento della giornata importante perché aiuta a tirare la somma della situazione, a cercare di fare una cosa significativa in una grande situazione di stress e di impotenza come questa. C’è sempre il timore che poi tutto possa diventare un rifugio dalla realtà, ma quando la stessa realtà è una condizione di rifugio dall’esterno, da un pericolo, ti domandi anche se sia davvero tutto solo all’esterno. La riscoperta è un po’ quella, ma personalmente e un po’ egoisticamente, mi manca la danza. Il contatto e il confronto con l’altro, con il corpo dell’altro e il mio corpo. Quei momenti dedicati a quel tipo di ricerca particolare che utilizzavano il corpo come mezzo principale. È po’ triste che non si sappia nemmeno quando destinarsi potremo tornare a praticare questa attività.

È una cosa che comunque, vista la situazione là fuori, sono disposto a sacrificare».