Malinconia e Nostalgia: una poetica binaria Intervista a Lorenzo Benzoni

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Lorenzo Benzoni – classe 1997 – è un giovane artista, oltre ad essere un b-boy, che studia Pittura all’Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo e, prossimamente, diretto verso il Master in Arti Visive a Losanna. Durante la quarantena abbiamo fatto una chiacchierata con lui e, tra le altre cose, ci ha parlato della sua poetica malinconica, di quanto conti nella pratica artistica avere esperienze il più trasversali possibile, di Mark Fisher, del pop-adolescenziale che «non me la sento di buttare via» e dei meme trash che viaggiano sulle chat whatsapp dei genitori (che lo crediate o no anche questo è potenziale materiale artistico).

Si potrebbero spendere altre parole, ma le più importanti le ha dette lui.

“Mia madre aveva una scuola di danza e io ci ho sempre bazzicato. Qui ho percepito una tipologia diversa di persone che mi ha attratto maggiormente. Per tutto il liceo ho detto «voglio fare il ballerino», ma quando l’ho finito non sapevo più se lo volessi fare veramente. Era quasi un obbligo, non più un piacere. L’anno dopo ho iniziato Scienze della Comunicazione ma ho mollato subito, poi in un modo abbastanza fortuito ho trovato delle foto di Basquiat su internet. Ho iniziato a comprare un po’ di libri e a conoscere l’ambiente artistico. Da Basquiat, poi, ho scoperto Warhol, e da Warhol ho ampliato sempre di più fino all’Accademia.

Il primo anno è stato un gioco, in un certo senso ti fa un po’ innamorare. Il secondo anno è stato una crisi pazzesca, un anno difficile da affrontare oltre ad una mia piccola crisi personale. Forse perchè al primo anno vedi tutto il tempo davanti a te e non ci pensi ancora al “cosa fare dopo”. Al secondo, invece, due domande te le fai. C’è stato quel momento in cui ci si è iniziati a prendere un po’ più sul serio. Ho fatto fatica, sì, perchè il “prendermi sul serio” comportava il voler andare avanti davvero compresi tutti gli sbatti.

Anche solo quando i tuoi genitori ti chiedono «cosa vuoi fare nella tua vita?», e a volte te lo chiedi anche tu.

Forse era questo, il fatto di non sapere bene cosa cercare, anche proprio a livello di produzione… era un po’ ‘trovare la cosa giusta da seguire’, che poi corrisponde alla tua poetica.

Un fatto importante che, però, allora non avevo ancora capito quanto fosse importante: l’estate tra il primo e il secondo anno io e i miei amici abbiamo girato un film (ndr Cimena di Davide Curto) e lì ho capito quanto mi sentissi più a mio agio in un contesto in cui non c’erano persone che ‘fanno le mie stesse cose’ e questa cosa mi ha dato stimoli e spunti diversi. Mi serve avere contatti con persone con interessi diversi dai miei, per poter poi incanalare queste esperienze all’interno dei miei lavori, in modo da essere il più trasversale possibile. Quindi abbiamo girato questo film – un casino pazzesco. Il film parla di ragazzi di provincia ben calati nel 2019 e mi ha gasato per il fatto di aver potuto parlare di tematiche che sono più legate al nostro presente. Sono meno esistenziali, sono meno poetiche ma esistono.

Locandina “Cimena “di Davide Curto – 2020

Dopo tutte queste esperienze, al terzo anno mi son detto “o mi piglio sul serio, o mi piglio sul serio”. Ora mi sento più cosciente…nella mia incoscienza, perché tra qualche anno dirò “allora non ero cosciente” però, almeno, ora so dove voglio andare a parare.

Un libro che mi ha aiutato tantissimo si chiama L’uccello e la piuma di Luca Cerizza e parla della questione della leggerezza nell’arte italiana. Prende in considerazione artisti come Eva Marisaldi, Stefano Arienti, Alice Cattaneo…artisti che hanno un certo tipo di pulizia e di estetica che per semplificare ho voluto chiamare ‘italiana’…ed è qui che arriva il punto critico: questo tipo di pulizia, poetica ed estetica – che io stesso cerco nei miei lavori – rischia di essere un po’ noiosa. Il film trash che ho girato con i miei amici mi ha aperto gli occhi ed ho capito che non esiste solo quello che cerco, mi stuferei ad essere solo quello.

Era da un po’ che ci pensavo e la quarantena ha amplificato di più questo pensiero: mi sento stupido a non usare più tecnologia nei miei lavori. Perché? perchè non posso ignorarla. Più che la tecnologia, in realtà parlo di internet. Vivo su internet come tutti ed è una parte così corposa che non può non esistere all’interno della mia produzione artistica. L’unico lavoro che ho fatto inerente a questo ambito è Flexando la natura (2019). A proposito di questo lavoro V. mi aveva detto una cosa importante: «sei l’unico davvero contemporaneo» e questo ‘contemporaneo’ cosa voleva dire? Voleva dire parlare dell’oggi. Ci sono tematiche esistenziali che vanno bene oggi, come andavano bene cinquant’anni fa come andranno bene fra trent’anni, ma ci sono cose che sono più ‘del momento’. E’ ovvio che fra cent’anni – penso e spero –  nessuno parlerà più della trap…però in quel momento non potevo evitarla.

Mi sono poi fatto una piccola base teorica del mio lavoro nel quale credo fermamente e parte dal concetto di Hauntologia  di Mark Fisher che è un filosofo inglese – morto suicida nel 2017 – che ha scritto un saggio chiamato Realismo Capitalista (2009). Lui dice che la cultura del XXI secolo è ancora ferma al XX secolo. Ad esempio, la musica del XX secolo si andava ad inserire perfettamente in un preciso decennio ed era chiaramente riconoscibile… ogni tot anni poi, succedeva qualcosa che faceva completamente cambiare suono e che dava avvio ad una nuova epoca sonora. Tutto questo succedeva durante il boom del capitalismo. Tutti pensavano di aver svoltato in campo economico e le conseguenze le stiamo vedendo noi oggi. Lui dice che la musica del XXI secondo non è del XXI secolo, ma è solo un mix di suoni del XX secolo. Non è stato inventato nulla di nuovo. La trap è roba del XX secolo, l’ 808 che usa la trap lo usavano negli anni ‘70. Lui lega questo concetto ad un discorso politico, essendo che noi non vediamo un’alternativa al capitalismo nel futuro, anche la cultura subisce questa cosa e non trova nuove soluzioni.

Nell’altro libro che ha scritto che si chiama Spettri sulla mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti (2014) dice che il futuro si sta lentamente cancellando in quanto noi abbiamo sempre davanti agli occhi lo spettro del passato che non ci permette di andare avanti. C’è sempre questo “guardare sempre indietro” – soprattutto al periodo d’oro anni ‘70\’80 – e mai guardare oltre.

È’ un discorso pessimistico che io trovo estremamente vero.

Fondamentalmente, per me, il fatto è che non esistono strumenti nuovi. Quando è arrivato il cinema, il cinema era una cosa nuova. Lo stesso con internet ma non possiamo essere noi nel 2020 a dire di essere i figli di internet. Già da trent’anni a questa parte ci sono artisti che lavorano con internet. Siamo ancora nel XX secolo.

Il secondo filosofo che ho introdotto nei miei studi teorici è Umberto Galimberti che parla di Nichilismo Attivo. Fischer dice che il XXI secolo non esiste e noi siamo inutili perchè stiamo solo riproponendo cose che già ci sono, Galimberti dice “voi giovani, generazione Z  che avete tutte queste problematiche, cosa fate? Vi suicidate o provate comunque a fare qualcosa?” la soluzione è un Nichilismo attivo: «io prendo coscienza di tutti questi sbatti e provo a fare qualcosa». Il mio ‘qualcosa’ cos’è? il mio ‘qualcosa’ in questo momento è la produzione, una piccola energia. Il mio lavoro punta ad essere un po’ questo: una sorta di carica energetica, vitale – in un certo senso più tendente all’empatia – e quando la sento significa che funziona. 

ZATTERA

L’uso delle parole ricorre spesso nei miei lavori. Vedo che quello che scrivo tendenzialmente mi piace. E’ stata un’evoluzione. Sentivo il bisogno di scrivere delle cose da qualche parte: ho iniziato prima dalle pareti di camera mia, per poi passare ai miei lavori. Nei lavori che faccio uso parole mie, in uno solo ho usato parole di altri e lo considero il mio lavoro migliore. E’ una fotografia, si chiama Zattera. La struttura si ispira ad una scena del film Palombella rossa, un film di Nanni Moretti e mi ricordo che appena l’ho visto ho detto «che bello quel coso!» , ed è stata la prima volta in vita mia in cui una forma mi ha colpito così tanto da dire «porco cane bellissimo, lo rifaccio». Quindi l’ho rifatto e mi è venuta questa idea di buttarla in mare. Sopra ho scritto una frase che ho preso da una canzone (ndr Futuro- Psicologi). L’ho messa in acqua e l’ho fotografata. E’ una zattera alla deriva che dice che il futuro ci spaventa più di ogni altra cosa (non è forse così?), e non sai dove va questa zattera.

Lorenzo Benzoni, “Zattera”, 2019
Lorenzo Benzoni, “Zattera”, 2019

IN OGNI ANGOLO DELLA STANZA PUÒ TROVARSI UNA RISPOSTA

Questo lavoro mi è venuto spontaneo. Trovavo poetico il realizzare qualcosa di così marginale e impercettibile. Volevo tenere l’energia e far sparire la forma. Quindi mi son detto: quale è lo strumento migliore per fare questa cosa? Per un momento mi sono ricordato il fatto che potesse essere molto delicato il confine tra bel lavoro e cazzata, poi però ho pensato alla mia esperienza legata alla danza e ho capito che la cosa importante era gestire il tempo di quel lavoro…se fossi stato troppo veloce non avrebbe funzionato. La scopa e la paletta appoggiate lì, sapendo che all’interno c’è la sporcizia che contiene l’energia del lavoro bastava. Quando ho parlato a De Lazzari di questo lavoro lui mi ha detto che era facilmente riconducibile al ragazzo che scrive ‘”I love you” sulla spiaggia…anche se non penso si crei questo parallelismo tra le due cose, però alla fine è una cosa stra banale scrivere sulla sabbia, quasi pop-adolescenziale, ma non mi dispiace. Sono abbastanza contrario nell’etichettare tutto ciò che è adolescenziale come qualcosa di brutto.

Mi capita un casino di volte di stare in camera, guardarmi attorno e cercare qualcosa che sia stimolante, e quello che cerco è più una risposta visiva. che in realtà non è una risposta, è un’altra domanda.

Il compimento di quel lavoro l’ho trovato perché ho guardato in ogni angolo della stanza.