Demeter: sulle vele del mito

letteratura

Quando non è la vita ad imitare l’arte, è il mito che parla in vece della realtà che ci circonda. Potente ed evocativa è sempre sembrata ai miei occhi la storia di Demetra, Ade e Persefone. Mentre quest’ultima sta giocando innocentemente insieme alle ninfe, nei pressi di un lago, il dio dei morti emerge dal suo regno di fuoco e di tenebra per rapirla e portarla via con sé, giù, nelle profondità della terra.

Possiamo immaginarlo il dolore della madre, la dea dei campi coltivati e del raccolto, che cerca disperatamente la figlia in ogni dove, invocandone invano il nome con dolore e rammarico?

No, non possiamo.

Uscendo da questo spinoso tentativo psicanalitico, urge ricordare che questa favola, racconto, chiamatelo come desiderate, vuole spiegare e dare un senso alla ciclicità delle stagioni. Demetra, infatti, può tornare ad abbracciare Persefone soltanto per sei mesi, mentre il resto dell’anno deve lasciarla tornare negli Inferi; di conseguenza, la dea porta sul mondo primavera ed estate in presenza della sua pupilla e scatena autunno e inverno quando si ritrova disgraziatamente sola. Abbondanza e fertilità per un po’, poi, quando le girano, carestia e gelo.

Possiamo biasimarla per questo?

Decisamente, dal momento che sono i mortali a pagare per questa mancanza e per questo dolore, indubbiamente insanabile, e che una dea non deve mangiare, ma i mortali sì. Tuttavia, si sa, le divinità omeriche sono sempre state capricciose e permalose; basta una mela per fargli andare di traverso le giornate, quindi lascio cadere volentieri questa insolubile questione teologica. Centrale in questa riflessione vuole essere, piuttosto, il dolore, la nera e forte sensazione di frustrazione e di angoscia, che Demetra porta dentro di sé.

Vittima di un fato alla quale, nonostante la sua divinità, non può opporsi in alcun modo, l’unico modo attraverso cui può sfogare la sua inquietudine è quello di portare a termine la sua vendetta personale. Le foglie che cadono, i venti via via più frizzanti, i fiocchi di neve che ammantano tutto ciò che c’è di verde e di rigoglioso: la vita deve rallentare, interrompersi e morire, così da poter rispecchiare l’animo di una madre privata della sua più grande gioia. Ammorbare il mondo, che consuma e non fa altro che calpestare quanto c’è di più genuino e naturale, con un flagello altrettanto spietato, insaziabile e privo di qualsiasi forma di scrupolo. A questo proposito, sotto questa luce, solamente un’altra Demetra salta alla mente del letterato appassionato e ossessionato dalle coincidenze.

Nel 1897 uno scrittore scozzese appassionato di storia e di nautica darà ad una casuale imbarcazione il nome di Demetra con il preciso scopo di portare il male e la morte sulla civiltà. Era il 4 agosto, quando Dracula attraccava sulle coste d’Inghilterra balzando giù dal Demeter e sparendo nella nebbia in forma di lupo. Il romanzo che prende il nome dal principe impalatore di Valacchia è tanto variopinto e particolare quanto il suo protagonista, perché, checché se ne dica, è Dracula il vero cuore dell’opera, alla faccia di quell’ameba di Jonathan Harker e di quella ritardata di Mina Murray. Questa pietra miliare della letteratura vampirica possiede una peculiare “fisiologia”, costituita di tanti frammenti di articoli di giornale, pagine di diario, registrazioni stenografate, che la rendono perfetta anche dal punto di vista narrativo, dal momento che questa struttura non può far altro che aggiungere maggiore veridicità agli eventi raccontati e coinvolgere persuasivamente qualsiasi lettore. La prima edizione di Dracula che mi capitò tra le mani era un tascabile di una ventina di pagine, con in copertina il vampiro, illuminato dalla luna avvolto nel suo mantello nero e rosso, e raccontava esclusivamente della traversata dalla Transilvania fino alla Gran Bretagna. Me lo ricordo come se fosse ieri: ero rimasto solo in auto, in attesa del ritorno dei miei genitori dal supermercato, e mi misi a leggere quel libricino apparentemente innocuo, ma che mi impressionò e colpì al punto da farmi sobbalzare quando mia madre aprì la portiera. 

Questo aneddoto di disagio giovanile risulta sì degradante, ma anche finalizzato ad avvalorare la tesi secondo cui è proprio durante quel viaggio per mare che il potere e il fascino di Dracula si manifestano nella loro totalità. Il più famoso e immortale fra i vampiri induce il più sottile e silenzioso dei terrori nel preciso momento in cui il Demeter prende il largo: spinto da un vento e da una nebbia innaturali, il veliero scorre sull’acqua rapido, trasportando pesanti casse di terra e rabbrividendo gli animi dei superstiziosi marinai. Dracula è un personaggio che, nell’opera, compare sì e no tre volte. Per tutta la durata della vicenda il lettore sa quando il vampiro si annida tra le ombre, dietro gli angoli bui, ma questi non compare mai apertamente; c’è, ma non si vede, è questo che lo rende il vampiro perfetto, e tra le pagine del diario di bordo non fa eccezione. Il capitano della nave racconta con squisito e accurato realismo che c’è qualcosa sulla nave oltre agli uomini, qualcosa che osserva e che infesta l’imbarcazione, qualcosa che innervosisce gli uomini dell’equipaggio, che cominciano lentamente a sparire uno dopo l’altro.

L’autunno portato da Demetra è già ai suoi inizi: caduti preda del terrore dei fantasmi della notte, alcuni uomini si gettano volontariamente in mare; il nostromo afferma di aver visto qualcuno nella stiva, tra le casse, e scende sottocoperta per accertarsene; una volta rimasto l’unico superstite, il capitano scorge tra la nebbia gli occhi e i lineamenti del “passeggero” e qui le sue annotazioni si interrompono con una nota di coraggio e risolutezza. Quando il Demeter si infrangerà sulle rocce costiere di Whitby, l’uomo verrà ritrovato morto, legato al timone con un piccolo crocifisso saldamente stretto tra le mani, poiché il capitano è sempre l’ultimo ad abbandonare la nave. Se si considera che si verificò veramente, prima della stesura dell’opera, il naufragio di una nave russa sul litorale della cittadina di Whitby, si può affermare senza ombra di dubbio che il genio di Stoker non ha conosciuto confini.

L’autore ha voluto portare la morte sull’Occidente mettendolo sulle ali del mito che più rappresenta la transitorietà tra il mondo della vita e quello della morte, trasformando la Dimitry della realtà storica in un Demeter sì finzionale e inventato, ma tutt’altro che casuale.

Link immagini:

Dictate of Karametra by Noah Bradley: b0449ba6ed0612e28df41436c3dc54bc.jpg
Ship in a storm by Ivan Aivazovsky: ship-in-a-storm-1887.jpg!Large.jpg