Training Humans

arte

A causa dell’emergenza sanitaria di questi giorni visitare mostre è fuori discussione. Moltissime gallerie e musei hanno reagito organizzando itinerari virtuali fruibili online direttamente da casa. Non ho però intenzione di soffermarmi su temi quali la smaterializzazione del pubblico o la direzione presa dalla curatela ai tempi del Coronavirus, ma voglio forzare un collegamento a partire dal tema del digitale per parlare di una delle mostre che più mi ha saputo colpire lo scorso anno.

La mostra in questione è Training Humans, curata da Kate Crawford e Trevor Paglen, tenutasi all’Osservatorio di Fondazione Prada fino al 24 febbraio 2020.  La particolarità di questa esposizione è quella di non essere prettamente una mostra d’arte pur essendo ospitata all’interno di uno spazio pensato per accogliere pezzi artistici. Al suo interno troviamo  infatti fotografie e video che non nascono con intenzioni di carattere estetico, sono semplice materiale d’archivio. Materiale prelevato dagli archivi da cui le intelligenze artificiali attingono per imparare a riconoscere i volti umani, etichettandoli secondo categorie stereotipate che da subito ci fanno riflettere. Interpellare autori come Foucault o Lyon in questo caso è più che lecito.

Kate Crawford | Trevor Paglen: Trainig Humans. Osservatorio Fondazione Prada, 2019. Foto di Marco Cappelletti

Tra quelle immagini infatti potrebbe esserci anche il nostro volto, regalato a qualche azienda grazie a stupidi giochini come Faceapp, con cui ci divertiamo a invecchiare noi stessi senza preoccuparci troppo di leggere le condizioni d’utilizzo dell’applicazione, autorizzando nel frattempo queste società a utilizzare liberamente le nostre immagini. La moda poi passa, ma la nostra faccia resta negli archivi. Trovarsi di fronte a questa mole di fotografie ha un che di disturbante, voyeuristico. Al tempo stesso sembra di tornare dritti dritti ai tempi della fisiognomica Lombrosiana.

Kate Crawford | Trevor Paglen: Trainig Humans. Osservatorio Fondazione Prada, 2019. Foto di Marco Cappelletti

Ciò che colpisce sono però le categorie utilizzate dalla macchina per riconoscere i diversi volti. A partire dal titolo, Training Humans, è chiaro che la mostra si porta dietro una carica polemica abbastanza forte. Dobbiamo infatti pensare che queste sofisticatissime intelligenze artificiali ragionano secondo stereotipi che hanno appreso dall’essere umano: catalogano un uomo a petto nudo come sodomita e un ragazzo barbuto come terrorista. È agghiacciante. 

Abbiamo la presunzione di potere addestrare le macchine, ma prima di poterlo fare dovremmo rivedere i contenuti che intendiamo insegnare, per evitare che imparino lezioni sbagliate.

Link immagini: https://cutt.ly/4yWdyIA , https://cutt.ly/lyWdikd