Storia di una professione ormai estinta: il lamento funebre

Filosofia, letteratura

Il culto dei morti ha da sempre accomunato tutte le culture sacre popolari ed è ancora oggi presente in molti riti folkloristici. La commemorazione dei defunti è in ogni civiltà una fonte di guadagno per molti. In particolare vi è un antico mestiere, legato a questo ambito economico, che oggi è praticamente scomparso.

Si tratta della lamento funebre, uno tra i più particolari riti del cordoglio, le cui tracce si attutiscono nel tempo. Le donne, vestite di nero, piangevano lacrime di coccodrillo ai piedi di una bara, strappandosi i capelli e gridando preghiere e lodi al defunto. Questa pratica del graffiarsi la faccia e dello strapparsi i capelli non è mai stata un modo sincero per esprimere il dolore, ma un vero e proprio lavoro.

Le origini e i luoghi del pianto rituale

Per rintracciare le origini di questa pratica bisogna partire dalla Basilicata, forse la regione che più di tutte ha conservato il ricordo di tali cerimoniali primitivi. Il nome delle donne che praticavano il lamento funebre è ‘prefiche’ e avevano il compito di rendere ancora più tormentata la veglia del defunto. Piangere il morto era indispensabile, tanto che esisteva un vero e proprio business e chi sentiva la necessità di commemorare il defunto in modo più imponente poteva ingaggiare le prefiche più stimate e costose. 

Queste donne incarnavano nel proprio dolore la paura della morte, che i lucani di un tempo temevano così come temevano la natura, una forza superiore all’uomo. Le prefiche rappresentavano solo un frammento del rito funebre che era invece composto da molte più usanze, come ad esempio quella di farsi crescere la barba, nel caso degli uomini, e quella di indossare vestiti neri, nel caso delle donne, ancora oggi molto attuale. Il mestiere delle prefiche è rimasto attivo fino alla metà del Novecento, quando il progresso medico e scientifico aveva ancora raggiunto i paesini arretrati del Sud Italia. La preghiera e le credenze popolari erano l’unico modo per spiegare gli avvenimenti drammatici. 

All’interno del corteo funebre le donne si avvicinavano al morto battendosi il petto in modo violento e si lasciavano andare a tragiche urla di dolore. Sono molte le testimonianze di questa pratica ormai quasi scomparsa. Tra le figure che hanno documentato il lamento funebre spiccano l’antropologo ed etnomusicologo Ernesto De Martino con Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria (1958), che studia la persistenza del lamento funebre in Lucania, e Cecilia Mangini con il documentario intitolato Stendalì – Suonano ancora (1960), ambientato in Salento. Entrambi, anche se con mezzi diversi, raccontano le modalità con cui si svolge il rito del pianto rituale. 

Ernesto De Martino e lo studio del folklore italiano

L’antropologo ed etnomusicologo Ernesto De Martino ha dedicato buona parte della sua vita allo studio della cultura e del folklore italiano. Tra le varie ed interessantissime opere pubblicate ne spicca una che fa proprio al caso nostro: Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, pubblicato nel 1958. Il tema affrontato, come suggerisce il titolo, è l’analisi e la storia del lamento funebre, considerato da sempre uno dei riti fondamentali delle civiltà, soprattutto mediterranee. Durante lo studio, che si è protratto per quattro anni, l’etnologo ha organizzato diversi viaggi in Basilicata con la sua équipe. È emerso che il lamento funebre lucano varia in base a diversi fattori come la classe sociale, l’arretratezza e il tipo di comunità, ed è diffuso soprattutto tra la popolazione di campagna.   

De Martino ha inoltre introdotto il concetto di «crisi della presenza», dove con ‘presenza’ si intende la capacità dell’uomo di superare un evento tragico, come può essere la scomparsa di una persona cara, e di sopravvivere a questo dolore. Il pianto rituale assume quindi una grande importanza perché attraverso quest’ultimo l’uomo può riuscire a superare la crisi e a metabolizzare la perdita. Durante i suoi viaggi in Lucania, De Martino ha scoperto alcune zone dove il pianto rituale è una cerimonia ancora molto attiva, caratterizzata dalle urla delle donne durante i funerali, che spesso coprono la voce del prete, e dall’usanza di depositare una ciocca di capelli accanto al marito prima della chiusura della bara insieme ad una camicia pulita e alla pipa preferita. Il primo novembre, invece, le famiglie portano un pezzo di pane sulla tomba per saziare lo spirito del caro estinto. 

Il pianto rituale nel cinema: Stendalì – Suonano ancora

Nel 1960 la fotografa e regista toscana Cecilia Mangini ha realizzato un documentario sulla lamentazione funebre a Martano, un paese della Grecia salentina, dove ha ripreso la veglia di un gruppo di lamentatrici ad un giovane defunto. Il documentario, facilmente rintracciabile su Youtube,  dura undici minuti e si intitola Stendalì che significa ‘suonano ancora’. 

Con i testi di Pier Paolo Pasolini e la fotografia di Giuseppe De Mitri, il documentario, ispirato a Morte e pianto rituale, ricostruisce la struttura della lamentazione funebre.

In Stendalì viene ripresa la cerimonia funebre di un giovane ragazzo, a cui partecipano delle donne che hanno il compito di piangere il morto. Ciò che è interessante notare è come la tensione interna del gruppo vada crescendo man mano che il tempo passa. Il rito si intensifica sempre di più, si parte dai canti accompagnati dallo sventolio di fazzoletti bianchi di stoffa, fino alle urla e ai salti all’unisono sul pavimento di legno che rimbombano nella stanza. Il punto più alto dell’esasperazione si avverte quando il sacerdote fa la sua comparsa nella scena. Dopo che il defunto è stato accompagnato sul luogo della sepoltura scende il silenzio e le donne tornano a casa, riprendendo la loro vita.  

foto: Film Still: Stendalì – Suonano ancora, 1960

Link

Stendalì – Suonano ancora: https://www.youtube.com/watch?v=vziV5npthaI&t=391s

Ernesto de Martino: http://www.treccani.it/enciclopedia/ernesto-de-martino/

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