Estetizzazione della politica e viceversa

arte, letteratura

Come possiamo adottare un approccio attivista nei confronti dell’arte? Come possiamo utilizzarla per manifestare dissenso? E soprattutto, che senso ha organizzare mostre politiche su scala globale? Sono queste alcune delle domande a cui il libro Artecrazia. Macchine espositive e governi dei pubblici cerca di porre risposta.

L’autore, Marco Scotini, curatore e direttore del dipartimento di arti visive di NABA, attacca in maniera molto acuta un sistema di cui lui stesso fa paradossalmente parte. Parlare di politicizzazione dell’arte oggi non ha più alcun senso. Critici, intellettuali, addetti ai lavori non sono esterni ai processi di produzione, così come non lo sono mercato e potere. A partire dagli anni ’90 il progressivo processo di valorizzazione capitalistica favorisce la nascita di un fenomeno definito dall’autore come “Biennalizzazione”. Sorgono infatti, a partire da questo momento, circa un centinaio di Biennali sparse in tutto il mondo. Il concetto di industria culturale si fa più consapevole. Una contraddizione, se pensiamo alle Biennali come a delle industrie che assumono una posizione anti-industriale.

Ma per trasformare un sistema bisogna pur sempre alimentarlo.

Dopotutto, l’innovazione culturale che avviene all’interno dei dispositivi di esposizione è frutto di un’apertura verso le commissioni. Tra i vari esempi riportati nel libro possiamo citare quello di Manifesta, industria culturale nata dopo la guerra fredda. Sorta come Biennale Europea itinerante e inizialmente finanziata da diversi ministeri della cultura, decide a un certo punto di cambiare modalità, non più condivisa e diplomatica. Sceglie semplicemente di agganciarsi a chi propone economie più vantaggiose.

Dopo questa prima fase di coinvolgimento delle città, i suoi obiettivi finanziari si spostano verso regioni autonome, interessate a ridefinire il loro ruolo all’interno della società post-industriale. Esaurito il bacino europeo arriva la svolta neo-colonialista: è il profitto a decidere dove si terrà l’edizione successiva. Un’opportunità che diventa opportunismo. Un vero e proprio esempio di post-istituzione, una struttura che pone enfasi sulla sperimentazione per attrarre il pubblico verso nuove forme di consumo, non soddisfando una domanda, ma anticipandola e creandola.  Ma in tutto questo, che ruolo spetta al pubblico? Il pubblico è tendenzialmente tale in quanto non lascia traccia fisica, può accedere alle opere solo con lo sguardo, e dopo il suo passaggio ogni cosa rimane inalterata. Una sorta di folla addomesticata che diviene il centro della strategia delle imprese, un modello di produzione del valore che alimenta il sistema capitalista a cui è sottomessa. Resta quindi da domandarsi: perché gli artisti non si confrontano con i modi e i luoghi dell’economia? Semplicemente perché preferiscono stare all’interno della sequenza lavoro-sfruttamento, piuttosto che compromettersi affrontando le contraddizioni del presente. Le Biennali sono sì manifestazioni politiche, ma solo a patto di svuotare la realtà messa in scena da ogni contenuto politico e sociale. Veri e propri luoghi del precariato, in cui la forza-lavoro occasionale viene impiegata in maniera instabile e temporanea. 

Il volume è inoltre arricchito da una serie di interviste a diversi volti noti legati all’ambiente culturale, tra cui Maurizio Lazzarato, sociologo attivo durante gli anni ’70 nel movimento operaio, che sostiene: «Bisogna superare la vecchia critica istituzionale in favore di un punto di vista socio-lavorista in grado di ricondurre l’arte al livello di ogni altro lavoro della macchina sociale produttiva dentro un’economia di tipo cognitivo come è l’attuale».

Più che parlare dell’uso politico della cultura sarebbe quindi meglio metterne a fuoco l’intrinseca politicità, rendendo evidente il vincolo tra condizioni socioeconomiche locali e politiche culturali globali.

Marco Scotini, Artecrazia. Macchine espositive e governo dei pubblici, DeriveApprodi, 2016

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