The illuminating Gas

arte, cinema

Probabilmente abbiamo oltrepassato un ‘orizzonte degli eventi’ quando, qualche mese fa, insieme ad alcuni amici di Cameraperta siamo andati a vedere l’ultima mostra di Hangar Bicocca:…the illuminating Gas, la più grande esposizione mai realizzata dall’artista inglese Cerith Wyn Evans. Nato nel 1958, Evans intraprende la sua esperienza artistica a partire dagli anni ’70, dapprima come regista di film sperimentali per poi orientarsi verso la costruzione di sculture di luce.

Quando vado ad una mostra ho l’abitudine di non anticiparmi nulla, evito di vedere anteprime fotografiche, cerco di acquisire solo i dati fondamentali: autore, titolo e luogo dell’esposizione. È un approccio che credo di aver ereditato dai concerti, ho sempre ritenuto sacrilego andarsi a leggere la scaletta a spettacolo non ancora cominciato, un po’ come quando stai per iniziare un libro e da bravo lettore ti leggi tutta l’introduzione che già risolve il finale. L’effetto ricercato è dunque quello della sorpresa: ogni volta la mia immaginazione prova a formare delle immagini da quei pochi dati che le fornisco, ma puntualmente viene smentita dalla realtà. Per questa mostra l’effetto è stato ancora più amplificato: dato che ignoravo completamente l’esistenza di Cerith Wyn Evans avevo ancora meno riferimenti.

La mostra:

Hangar Bicocca è uno spazio espositivo formidabile, sia per le sue dimensioni che per le caratteristiche intrinseche della sua architettura industriale. Questa struttura nasce per la produzione di locomotive, nel 2004 viene acquisito dalla Pirelli, che nel 2004 lo riconverte poi in 1500 metri quadrati di spazio espositivo. …the illuminating Gas, in particolare, è stata allestita nella sezione cosiddetta Navate, che ha in appendice l’iconico Cube.  

Ma partiamo dall’inizio: il titolo. …the illuminating Gas è un richiamo dichiarato a due elementi: il primo è l’opera di Duchamp Essendo dati: 1. La cascata d’acqua, 2. L’illuminazione a gas. In questa specie di diorama, costruito in totale segretezza per vent’anni dall’artista del ready made, viene presentato, su di uno sfondo rurale, un busto di donna che tiene in mano una lanterna a gas. Il secondo elemento che viene chiamato in causa è il Neon, gas nobile che se attraversato da una scarica elettrica diventa incandescente producendo il tipico bagliore. La mostra ha dunque come grande protagonista la luce che accompagna il visitatore dall’inizio alla fine, accostandosi poi ad altri elementi come il suono, in grado di innescare la nostra ricezione sinestetica. Per via di tre grandi famiglie di opere presenti un certo rigorismo geometrico ci porterebbe a suddividere la mostra in tre sezioni differenti, ma sarebbe pernicioso concepire l’esposizione in questi termini. È dato allo spettatore il compito di unire le tre parti attraverso il tempo del proprio cammino. Questo crea una narrazione uniforme fatta di pause, di riavvolgimenti per tornare a vedere quello che si è appena superato; i pensieri sono sottesi al passo di ognuno.

Superata la soglia d’ingresso costituita da un pesante sipario nero, l’effetto è davvero impressionate. Un buio vuoto fagocita il visitatore, ma la sensazione dura pochi istanti: subito una luce folgorante di 7 colonne illuminate investe ogni cosa. Queste strutture di luce sono talmente alte da rendere approssimativo ogni tentativo di identificarne le dimensioni. È inevitabile: come una falena davanti al suo lampione notturno, chiunque oltrepassi quella tenda viene catturato dalla gravità delle colonne. La concentrazione è totale, siamo tutti con il naso all’insù per cercare di vedere dove si esauriscono, la luce è talmente forte che si fatica a tenere lo sguardo fisso. Mi rendo conto solo dopo un po’ che le persone compiono delle orbite circolari attorno alle strutture. Il senso del tempo subisce un congelamento e io quasi mi dimentico di essere ad una mostra. Lo stato di sospensione dura parecchio, ma la sensazione non è trascendentale e nemmeno onirica, semmai, al contrario, in questa stanza è presente un eccesso di razionalità; in un gioco di riflessi la luce emanata passa per quel piccolo spazio vuoto che sono le pupille e porta a riflettere su noi stessi. Sto apprezzando il tono di quest’opera ma non sono in grado di comprenderla fino in fondo. Decido di indagare, usando i sensi qui particolarmente sollecitati, mi avvicino senza nemmeno tanti scrupoli a una colonna, allungo le mani e la sensazione è nota: plastica dura e fredda. Sono curioso, voglio capire come stanno in piedi, mi inginocchio e… scoperta sorprendente: le colonne fluttuano, sono separate da terra da due centimetri di spazio vuoto, uno spazio «infrasottile» per dirla con le parole di Duchamp. E allora ritorniamo sul piano delle sensazioni, perché da fuori sembrano oggetti pesantissimi, eppure si librano nell’aria leggere, abdicando alla funzione di sorreggere. Accendendosi e spegnendosi in una danza silenziosa seguono una specie di partitura e quando sono spente è possibile vedere attraverso la struttura diafana la parte interna fatta di cavi e reti elettriche; l’artista ha messo in atto un sincretismo di elementi architettonici differenti. Se le scanalature ricordano la colonna dorica richiamando il mondo classico, l’elettronica ci riporta subito alla modernità.

Proseguiamo in questo percorso di piccole epifanie dei sensi.

Per la forte attenzione che il mio sguardo stava dedicando alle colonne l’udito si era un attimo assopito, ma attraverso il grande Hangar nel quale ci troviamo mi accorgo che sta viaggiando nell’aria un flebile suono. Proviene dall’opera sonora composition for 37 Flutes (in two parts), una scultura trasparente, costituita da un sistema di tubi collegati a 37 flauti diversi, che produce un suono a metà tra il gradevole e lo sgradevole; ancora una volta Evans riesce a comporre una sintesi tra due opposti.

Cerith Wyn Evans, Composition for 37 Flutes (in two parts)

L’edificio in cui ci troviamo ha una struttura a L rovesciata, ma dal punto 1, quello costituito dalle colonne, benché non ci fosse nessun muro o impedimento, non si riusciva ad intravedere lo sviluppo verticale della mostra; appena raggiunto un punto di vista favorevole la sorpresa è stata  pari a quella che ci ha colto una volta superato il sipario d’ingresso. La navata è riempita da un intricatissimo sistema di costellazioni al neon che, sospese al soffitto, costituiscono la volta celeste di Hangar Bicocca. Quello che ad un primo sguardo spaesato poteva sembrare un tutt’uno di forme casuali è il risultato dell’unione di due opere,  simili nella composizione ma separate. Neon Forms (after Noh), 2015-2019 e Forms in Space…by Light (in Time), 2017 costituiscono insieme il baricentro di tutta l’esposizione. Sembrano un insieme chilometrico di tubi illuminati. L’effetto è molto suggestivo, forse dovuto anche alla particolarità del neon, che restituisce all’ambiente una luce caratteristica: se ci si avvicina a pochi centimetri dai tubi si può notare come questo gas fluttui all’interno del vetro dando alla luce un’organicità vitale. Riporto le parole di Evans, che nel modo più autentico descrivono questa sezione: <<Ci sono molteplici chiavi interpretative e punti di accesso a questo lavoro. La cosa essenziale è che il mio punto di vista non è l’unico possibile. Si tratta innanzitutto di una sorta di spazio per la meditazione, di un luogo dove abbandonarsi alla contemplazione della trasmissione di energie>>. Ognuno ci può vedere quello che vuole (io sono certo di aver intravisto una forma fallica in una delle composizioni), ma quello che davvero conta è l’effetto evocativo di queste forme. Kandinsky direbbe che si tratta di recuperare il contenuto interiore di ogni forma superandone le superficie.

Fluttuando sotto questa sorta di nebulosa arriviamo nell’ultima sezione, il cosiddetto Cube. Un insieme di cinque opere eterogenee occupa l’ultimo ambiente della mostra. Sono lavori che riprendono il tema della luce e del suono, ma restituendolo in modalità differenti. All’interno di questo gruppetto misto  il lavoro che più emerge è senz’altro C=O=N=S=T=E=L=L=A=T=I=O=N (i call your image to mind). Ancora una volta un’opera sospesa, << un mobile polifonico realizzato con casse direzionali, sedici dischi specchianti ruotano lentamente nell’aria e trasmettendo montaggi sonori realizzati dall’artista, utilizzando alcuni brani composti dai Throbbing Gristle e combinati con suoni captati da radiotelescopi>>; ma le parole della guida, così efficacemente descrittive, non  riescono a restituirne l’effetto perturbante. Dopo aver attraversato questi specchi sonori, ci si disperde nel tentativo di individuare la provenienza del suono. Un’illusione sonora fa sì che per quanto ci si sposti il suono cambi di direzione, mettendo alla prova i riferimenti spaziali del visitatore. Per la terza volta Evans riesci a smuoverci fisicamente con una sua opera.

Il percorso si conclude; la strada di ritorno sarà allora un viaggio a ritroso nello spazio, per raggiungere l’uscita di servizio della mostra, ingresso al mondo di tutti i giorni. Ma per molti è una conclusione in sospeso: Evans infatti ha posizionato l’ultima opera su una parete esterna. È la coda finale del percorso, eppure senza leggere il volantino è impossibile sapere della sua esistenza…  molti se ne saranno andati ignorandola completamente. Si intitola TIX3, (exit al contrario) è un’opera del 1994 e uno dei primi lavori al neon dell’artista. 

Preso congedo anche da questa piccola sorpresa finale, ritorno alla stanza delle colonne, mi siedo appoggiando le spalle ad un muro e mi dimentico in un angolino.

Foto di Linda Pesenti e Alessia Manenti

Immagine di copertina: https://cutt.ly/4yg0Q3

Pirelli HangarBicocca ha realizzato un video molto interessante su come è stata allestita tutta l’esposizione: