Ultimo venne il vampiro Edward

cinema, letteratura

Con il rischio di finire con l’essere annoverato fra i meno adatti a trattare di letterarietà, non provo timore nell’ergermi in difesa di un’opera le cui pagine tendono ad essere considerate adatte solamente per impacchettare il pesce al mercato. Anche a rischio di risultare iperbolico nelle mie affermazioni, ritengo che non si possa non considerare Twilight un testo rivoluzionario all’interno della sfera della letteratura sui vampiri.

Certo, l’impresa che mi prefiggo di portare a termine rischia di rivelarsi più ardua del previsto. Abbiamo iniziato a leggere dei succhia-sangue che escono di notte dalle proprie tombe quando Lord Ruthven si aggirava, non visto, tra le stanze di Villa Diodati e i debiti di gioco di Polidori; abbiamo osservato impotenti la malia e le grazie di Carmilla Millarca Mircalla insinuarsi tra le pieghe delle lenzuola di Laura; la catarsi letteraria di questo genere ci viene portata agli occhi e alla gola dal genio di Stoker, che profana cripte abitate dai topi e timona navi fantasma partorendo un eterno e insuperabile vampiro mai visto prima. La svolta è, così, raggiunta, ma questo fertile e infestato terreno è ben lontano dall’essere trascurato e finisce con l’essere battuto dalle personalità d’oltreoceano più disparate. Non certo spinto dal caso, Stephen King ci terrà alzati e ben svegli durante la notte con il ritorno a Jerusalem’s Lot, nel mondo cittadino, da parte dello spaventoso Kurt Barlow; un anno dopo, Anne Rice incanterà la nostra insaziabile sete di storie a sangue caldo con le Cronache dei vampiri portando alla ribalta la figura polidoriana del non-morto, dandy e seduttore di ambo i sessi, con il carismatico Lestat, noto ai più soprattutto sul piano cinematografico. Se è innegabile che i vampiri succhino e consumino tutto ciò che condivide il loro cammino, allo stesso tempo, miriadi di scrittori si sono nutriti degli intrecci e delle trame che solo questi personaggi sono in grado di offrire: da Maupassant a Tolstòj, passando per Dumas e Salgari.

Quando, però, Stephenie Meyer, nel 2005, pubblica il ciclo di romanzi che narra dell’amore di Isabella Swan per il vampiro Edward Cullen, la perplessità e il disappunto che ne scaturiscono sono così grandi da avere una colonna sonora propria. Una piccola precisazione: solamente il primo libro del ciclo della Meyer risulta pienamente funzionale e accurato dal punto di vista vampirologico, del resto della saga si poteva tranquillamente fare a meno, ma sì sa, case editrici e fandom sono peggio dei più spietati nosferatu in quanto a sete di soldoni e di lieto fine. Dove sono il sangue, le uccisioni, la mostruosità ferina e morbosa a cui il vampiro letterario ci ha abituato nel corso dei secoli? Perché inserire nelle vermiglie venature del genere horror un sentimento che spazia dal melenso al grottesco in una totalità che comprende addirittura quattro libri? Cosa c’entra l’amore con i vampiri? Di nuovo, se si vuole parlare di cinematografia vampirica, il discorso è radicalmente differente, ma qui è il nero su bianco che ci interessa e quello che ci interessa è, in fondo, molto semplice.

Twilight è la storia di un amore adolescenziale, dell’amore adolescenziale dei giorni nostri, con tutte le possibili e, sempre attuali, interpretazioni del caso: una ragazza semplice, fresca del divorzio dei genitori, appena trasferitasi in una nuova città e appena inserita in una nuova cerchia sociale e scolastica, si innamora di un ragazzo misterioso, del primo della classe, del belloccio, che poi si rivelerà essere il diverso, l’alienato, il pericoloso, colui che appartiene ad un mondo altro e irraggiungibile. Con tutte le obiezioni di sorta, Edward è un vampiro, ma non uno qualsiasi. È il vampiro della contemporaneità, della sociologia e della psicanalisi del nuovo secolo. Il non-morto vive per sempre, ma il mondo non lo aspetta e va avanti, sempre più avanti, spingendolo così a percorrere strade alternative. Il vampiro esce dal sepolcro e tenta di inserirsi in una società sempre più inclusiva, dove l’altro viene gradualmente accettato, con tutti i pro e i contro. I suoi appetiti e le sue pulsioni persistono inesorabili, ma nuovi tentativi di nutrimento vengono sperimentati con momentaneo successo. Con tutte le conseguenze che il vampirismo si porta appresso, la diversità, anche in questo contesto, tarda a palesarsi e viene portata alla luce e accettata per gradi: nulla di più maledettamente attuale. La protagonista femminile, da vittima e preda, si tramuta in amante consenziente e in compagna d’esperienza mettendo il mostro, la bestia, l’archetipo dell’antagonista, sul suo stesso piano di esistenza, in ottemperanza con l’ideologia romantica dell’amore dannato e impossibile che ci ha sempre fatto venire il diabete. La giovinezza e il fiorire dei primi affetti vengono raccontati con semplicità e introspezione quotidiane, senza mai sfociare nell’assurdo e nel surreale. Ognuno di noi può identificarsi in Bella e nel suo desiderio di dare al suo mondo quella svolta che ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita.

Successivamente questo tipo di narrativa si affermerà con vigore e con l’imporsi in generi sempre più svariati, dove i giovani sono inseriti in contesti alienanti e contraddittori che finiranno con il mettere in discussione e con il rivoluzionare: si pensi agli urban fantasy proposti dalle serie Shadowhunters e Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo o alle ancor più fortunate saghe distopiche di Hunger Games e Divergent. Tutte opere fantasy o fantascientifiche, ma che nascono da quello stesso scardinamento socio-culturale in cui Edward e Bella muovono i primi passi. Tuttavia, io mi occupo esclusivamente di vampiri e rimangono i vampiri della letteratura a influenzare il mio immaginario e il mio senso estetico. Ricordo che, quando lessi Twilight per la prima volta, mi era stata prestata un’edizione con dentro la carta di un cioccolatino, da usare come segnalibro; tutto il testo era impregnato, dall’inizio alla fine, di un aroma dolce e intenso, un profumo che mi avrebbe sempre, proustianamente, riportato alla mente il genuino ricordo della giovinezza, con tutte le percezioni e le sensazioni ad essa legate. Ecco dunque la grande lezione di questa particolare letteratura: tutte le storie di vampiri vanno sempre ben oltre un semplice paio di denti acuminati e affamati di globuli rossi, sempre.

Link delle immagini:

Nightveil Predator by Darek Zabrocki: Nightveil-Predator-Guilds-of-Ravnica-MtG-Art.jpg

Swamp by Jonas de Ro: Swamp-Shadows-over-Innistrad-Art.jpg