Sindrome Garpez

arte

Accade che spettatori un po’ distratti, di fronte a certe opere d’arte, vadano incontro alla cosiddetta “sindrome Garpez”, la stessa sindrome che affligge Giovanni Storti nel film Tre uomini e una gamba quando, trovandosi sottomano per la prima volta l’opera dell’artista Garpez e scoprendone il valore esclama: «Cos’è ‘sta roba? Scusate ma… 170 milioni per questa merdina qua? Ma dai, è una follia!» e Giacomo risponde: «Macché follia, che follia!? Ma lo sai che questo qui è un Garpez, uno dei più grandi scultori viventi?»  E Giovanni: «Ma scultore che cosa? Ma guarda che il mio falegname con 30.000 lire la fa meglio, vah, non ha neanche le unghie!». 

Come già ci ha ricordato qualche settimana fa Arianna Grenci in un articolo per camerAperta (link), questa è più comunemente conosciuta come la sindrome del “potevo farlo anche io”. Problematica oggi ben nota non solo nel mondo dell’arte contemporanea più affermato, ma anche già nelle Accademie di Belle Arti, dove gli studenti (giovani artisti) si trovano a presentare i propri lavori  combattendo contro questa svilente concezione.

Aldo Giovanni e Giacomo con la gamba di Garpez in una scena del film “tre uomini e una gamba”

Nel contemporaneo gli artisti mettono in crisi l’idea di quadro come finestra sul mondo e spazio illusorio, attraverso posizioni e linguaggi differenti.

Parlando con amici e parenti lontani dal mondo dell’arte contemporanea, spesso mi rendo conto che il loro modo di pensare in relazione ad esso si basa su una definizione vetusta, riempita di luoghi comuni e al quanto esclusivista di arte. Esclusivista perché secondo questa concezione la sola vera opera degna di essere definita artistica è quella che si identifica con la tecnica pittorica. Seguendo questo ragionamento l’artista autentico sarebbe soltanto colui che dipinge o disegna, dispiegando sulla tela tutta la propria capacità tecnica. Non biasimo chi la pensa così, piuttosto cerco di tenere a mente che le persone che si trovano lontano dall’arte contemporanea (e parlo sempre in relazione alla mia esperienza personale), spesso sono sprovviste degli adeguati dispositivi interpretativi, correndo così un rischio maggiore di cadere nella trappola del “potevo farlo anche io”. Sta dunque a chi è “dall’altra parte” accettare la sfida e provare a riconfigurare lo sguardo di tali soggetti. Si badi bene che con riconfigurare non intendo affatto affermare la necessità di imporre il proprio punto di vista, piuttosto faccio appello ad un processo di sensibilizzazione da dover mettere in atto. Una sensibilizzazione verso la conoscenza; un tentativo di ampliare la cultura visiva di queste persone, forse ignare dei linguaggi differenti che l’arte ha intrapreso da almeno un secolo a questa parte.

Oggi attraverso l’opera dell’artista italo-francese Ben Vautier vorrei mostrare al lettore la superficialità della sindrome Garpez. Ben è nato a Napoli il 18 luglio 1935; dopo una breve peregrinazione in giro per l’Europa, nel 1949 viene adottato definitivamente dalla città di Nizza, dove vive ancora oggi. Ben Vautier è un caso paradigmatico per il discorso che si vuole affrontare. Artista accumulatore, che si identifica con le neoavanguardie degli anni ‘60 (Fluxus in particolare) e che vede Dada come l’inequivocabile padre della rivoluzione artistica occidentale dell’ultimo mezzo secolo; Ben impiega la pittura scardinandone l’utilizzo lineare di chi la considera  arte solo quando impiegata per dipingere ritratti, paesaggi o nature morte.

La stragrande maggioranza della sua produzione artistica prevede l’utilizzo di brevi frasi disposte in pittura attraverso una scrittura corsiva, dal tratto quasi infantile, disposta su una tela monocromatica. L’atto che caratterizza Ben di consiste nell’ utilizzare la tela come un foglio e la pittura come inchiostro. I critici lo hanno definito per questo Homo Scribens, uomo che scrive. Viene allora da chiedersi: la scrittura rientra nell’ambito artistico perché trovandosi su una tela lo statuto del quadro la eleva ad opera d’arte oppure l’artisticità della scrittura si condensa attraverso il significato, ovvero tramite ciò che intende esprimere?

La risposta sta nel mezzo. Benché sia lo stesso Vautier ad ammettere: «vorrei che i miei quadri non vengano semplicemente ridotti ad un valore estetico, contenente la calligrafia di un pittore che usa lettere». Impossibile non riconoscere che questo valore estetico (dato da quella particolare calligrafia) è il suo marchio di fabbrica. Insomma, l’elemento che ci permette di dire: «questo è un quadro di Ben Vautier». Allo stesso tempo se ci limitassimo a questo valore estetico, potremmo rovinosamente incappare nella già citata sindrome Garpez: Ben infatti è solito comporre frasi molto brevi che, unite alla semplicità dalla tecnica utilizzata, fatidico potrebbero suggerire ai più scettici il fatidico «potevo farlo anche io».  Come quasi sempre accade nell’arte, dietro ad opere apparentemente molto semplici e lineari si cela una complessità non indifferente.

Ben Vautier, tutto è ego, 2007

Appena si prova a scavare sotto la superficie di un’opera come quella riportata in figura, recuperando il contesto nella quale è stata concepita, ci si rende subito conto che le frasi dei quadri di Ben sono soltanto la punta dell’iceberg di un vastissimo ed intricato apparato teorico che l’artista ha costruito nel corso degli anni attraverso il continuo dialogo tra arte, filosofia, scienza, religione.  Ecco dunque che nonostante le nomenclature ufficiali qualifichino Ben come pittore, nessuna sua opera si colloca nel campo “ristretto” della pittura: «In verità io mi considero un grande teorico, preferirei che di me si dicesse: “aveva ragione”, piuttosto che “lui sapeva dipingere”».  Le tematiche che Vautier affronta sono differenti, in particolare va segnalata la sua perpetua indagine attorno al tema dell’Ego. Cos’è l’Ego? Si chiede. Si può eliminare? L’altruismo non è altro che una forma di Ego?

Difficile rispondere. Ben per farlo chiama addirittura in causa la fisica quantistica. Altrettanto difficile condensare i suoi ragionamenti in queste poche righe. Per chi volesse approfondire lascio in bibliografia il link del suo sito internet dove si possono trovare (pubblicati in francese) molti dei suoi manifesti teorici.

Da tutto questo discorso emerge quasi una configurazione a sineddoche dell’opera d’arte. La sineddoche è una figura retorica per la quale si sceglie una parola di significato più ampio o meno ampio di quella che si sta sostituendo: per esempio una parte per il tutto (prora per nave), il contenente per il contenuto (bere un bicchiere), la materia per l’oggetto fatto (ferro per spada). Il risultato materiale dell’opera, la tela, lo scolabottiglie, l’oggetto che abbiamo davanti è quindi soltanto una piccola parte che l’artista seleziona dal continuum del suo pensiero. Un frammento che distaccatosi diventa la sola parte visibile della matrice dalla quale si è separato.

Kandinskij diceva: «lo sguardo che si ferma sull’oggetto vede solo la materia, lo sguardo che tenta di penetrare le cose è capace di evolvere fino a capire lo spirito».Questo secondo sguardo è quello da applicare se si vuole provare a penetrare la superficie, risalendo alla parte nascosta della sineddoche – opera d’arte.  

Bibliografia:

Ben Vautier, Théorie de l’ego par Ben, Lausanne, Favre, 2012

http://www.ben-vautier.com/