Ricordo del lettore da giovane

letteratura

Che cos’è l’orrore?

Rispondere a questa domanda non è e non sarà mai semplice, perché l’orrore possiede tre nature differenti.

Il primo è l’orrore cinematografico blando e acritico, che deve esclusivamente vendere e spaventare bambini e adolescenti, l’horror nel senso più violento e sanguinario possibile, che personalmente detesto. Al contrario, la seconda tipologia di orrore è quella letteraria, più articolata e complessa, poiché si fa portavoce di messaggi introspettivi e razionali in cui il mostruoso e il sovrannaturale vengono inseriti per dire qualcosa di più di un semplice «BU!» sotto il letto. Infine, il terzo orrore è quello vero, che disgraziatamente abbiamo tutti i giorni sotto al letto, è il telegiornale della sera, la palese e crudele verità su un mondo che è tutto meno che un posto semplice in cui vivere.

La vera ragione del perché, spesso, quest’ultima categoria finisca, per ovvi motivi, con l’oscurare inesorabilmente le altre due etichettandole a priori come troppo fantasiose e antitetiche rispetto alla nostra attualità non è certo da biasimare.

Ci troviamo, oggi come non mai, costantemente a contatto con l’orrore, ma non l’orrore su pellicola, dell’inchiostro su carta. Partendo dalle mostruosità del secondo conflitto mondiale, passando per i cataclismi naturali e agli atti di terrorismo che hanno spazzato via intere città e intere vite, fino ad arrivare alla paura di non poter arrivare a fine mese e alle sventurate vicende sanitarie di questo 2020, l’orrore è fuori dalla porta di casa nostra ed è molto più spaventoso di qualsiasi freak o spauracchio per bambini.

È a questo punto però che, come sempre, la letteratura interviene in nostro soccorso.

Se nessuna opera potrà mai riprodurre la paura provocata da una realtà a dir poco agghiacciante, allora non ci resta che tentare di comprendere ciò che la letteratura vuole dirci quando è la sua di voce a diventare spaventosa. Si tratta di una voce che mi riguarda da vicino, che ascolto da molto tempo, perché mi sto cimentando in questa complicata impresa da quasi tutta la vita.

Ricordo benissimo quando mi ha parlato per la prima volta.

Era una giornata come le altre nella cara, vecchia, grande casa in cui mio padre era cresciuto. L’ampio giardino soleggiato e verdeggiante, la sala da pranzo sontuosa e decorata, le rampe di scale lucide ed echeggianti e, infine, le stanze ricolme di sensazioni, di reliquie e, soprattutto, di libri; tutto questo non poté fare altro che favorire una delle più sconvolgenti e segnanti scoperte della patetica vita di un nessuno come me. Al centro di quel santuario di epoche e glorie passate scovai un piccolo, insignificante, tesoro che porto sempre con me, sotto la pelle, come un’ombra.

Tra gli innumerevoli scaffali di un legno caldo e profumato catturò la mia attenzione un bianco e sgualcito libro dal titolo in caratteri rosso scarlatto: 15 racconti misteriosi. Il ritratto di Dorian Gray, Il naso di un notaio, La Venere d’Ille, Poe, Dumas e molti altri; questa antologia del 1971 altro non era che un esiguo vaso di Pandora destinato ad aprirsi davanti ai miei occhi con la forza di un tuono nel buio della notte.

Lessi le novelle tutte d’un fiato, mi rapirono con il loro fascino tenebroso ed eccitante. Non si trattava di grandi storie o di capolavori indimenticabili, ma non poterono fare a meno di colpirmi nel profondo del mio animo. Avevo trovato la mia letteratura, quel libro aveva fatto dire al me stesso di molti anni fa: «Questi racconti sono la strada che io voglio percorrere, sono gli occhi con cui voglio interpretare il mondo, sono la mia identità». Ora, grazie all’esperienza e al tempo trascorsi, posso guardare questa presa di coscienza con uno sguardo decisamente più maturo.

L’orrore, il mistero, il buio, la paura, sono tutti elementi tanto strani ed esuli da ogni forma di ordinarietà, ma allo stesso tempo parlano dell’uomo, dell’essere, di noi, secondo modalità molto più sincere e dirette rispetto a quelle adottate da molte altre discipline e nozioni.

I castelli infestati da spettri rappresentano molto di più di semplici ed eccentriche residenze medievali percorse a tutta velocità da inquilini vestiti di bianco; gli scontati scienziati pazzi guardano al di là di tombe profanate e di esperimenti blasfemi; i vampiri si fanno carico di messaggi secondo logiche decisamente più incisive dei loro canini; i misteri dietro a gatti e corvi, dietro ai culti di antiche divinità pronte risvegliarsi dagli abissi, dietro ai rossi palloncini di ghignanti clown insaziabili nascondono riflessioni meravigliosamente umane e tutt’altro che scontate.

Per citare uno dei personaggi più importanti di tutta la letteratura mondiale, essi sono parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene, non perché sono stati partoriti dalla mente deviata di qualche scribacchino privo di talento e di criterio.

Questi mostri, questi fantasmi, i protagonisti dell’occulto e del sovrannaturale, sono meri emblemi della realtà intorno a noi.

Evidenziano con particolari ed insoliti strumenti quanto di più quotidiano caratterizza la nostra esistenza.

Tutto il genere del romanzo gotico ribadisce con forza l’importanza della famiglia e le singole dinamiche che la riguardano da vicino; Frankenstein mette in scena la vita, il venire al mondo all’insegna della diversità e dell’incomprensione, tema disgraziatamente attuale ripreso più e più volte da Tim Burton nei suoi film; Poe, Stoker e King sono tra i massimi (e pochi) autori in grado di rappresentare la donna e la sua cangiante condizione sociale in maniera sia cruda che veritiera.

E proprio qui risiede l’arte.

Tradurre l’individuo, la società, l’umanità, i suoi luoghi e tutti i suoi sistemi di valori con questo linguaggio, con lo scrosciare della pioggia fuori dalla finestra di una chiesa, con lo scricchiolio delle foglie in autunno, con i sospiri malinconici di creature tormentate e dannate rappresenta una forma d’arte a pieno titolo, che necessita di essere rispettata come tale e la cui importanza non ha certo bisogno di essere ribadita.

Per quanto riguarda me, questa letteratura ha e avrà sempre qualcosa da insegnarmi, non solo perché costituisce parte del mio essere, ma perché ritrae la realtà secondo interpretazioni tutt’altro che scontate e sulle quali torno continuamente a pensare.

Lo scopo di ogni letteratura, di ogni genere letterario, è sempre e solo questo.

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Immagine di copertina: Francisco Goya, “Il pellegrinaggio a San Isidro” , 1819-1823