Orrore e trauma: tre sguardi sul contemporaneo

letteratura

Stephen King rappresenta senza alcun dubbio l’autore che più di tutti ha fatto del trauma la misura e il motore di tutta la sua produzione letteraria.

Tre dei suoi romanzi, in particolare, possono essere considerati alla stregua di piccoli ed elaborati quadri di traumi individuali e oggettivi, introspettivi e collettivi, del singolo soggetto e dell’America contemporanea; La zona morta (1979), It (1986), 22/11/’63 (2011), rispettivamente un romanzo thriller, uno di genere puramente horror e il terzo, infine, prettamente fantascientifico.

All’interno del saggio Danse macabre (1981) King racconta di una conferenza durante la quale si ritrovò a narrare uno dei più incisivi episodi della sua infanzia: da bambino, mentre giocava con un amico nei pressi delle rotaie e dei binari della stazione, vide con i suoi occhi il compagno di giochi finire travolto da un treno a folle velocità e ricorda di essere poi tornato  a casa in silenzio, sconvolto al punto di aver completamente dimenticato l’accaduto.

Una relatrice della medesima conferenza, psicologa, commentò questa esperienza affermando che King, in realtà, aveva sempre scritto e basato tutta la sua narrativa proprio su quel singolo episodio, su quello specifico trauma, ripetendolo in forme sempre diverse.

L’autore si ritrova a riflettere su questa interpretazione, alquanto curiosa e maledettamente azzeccata; e d’altronde bisogna tenere presente che l’intera esistenza di King è trascorsa all’insegna del trauma, partendo dall’abbandono del padre nel 1949, quando King aveva solo due anni, passando per l’incidente d’auto del 1999, che quasi gli costò la vita; esperienze che hanno fortemente segnato e influenzato lo scrittore, la sua visione del mondo e, di conseguenza, tutti i suoi scritti.

Il trauma, secondo King, è parte dell’identità, è dentro il corpo, è un fantasma freudiano che ossessiona senza alcuna possibilità di liberazione, ma al tempo stesso è qualcosa di cui non si può fare a meno e che attrae inevitabilmente.

La zona morta può costituire un buon punto di partenza.

Un uomo, a causa di un (profetico) incidente automobilistico, finisce in coma e si risveglia con una sorta di dono: il potere di osservare, di assistere alle esperienze passate, presenti e future di tutti coloro che tocca. Sarà così in grado di salvare delle vite, di aiutare la polizia nella cattura di un pericoloso serial-killer, ma quando si ritroverà a leggere nel futuro del candidato Presidente degli Stati Uniti, vedendolo salire al potere e ricorrere alla bomba atomica, la situazione finirà con il precipitare.

Si parte, quindi, da un trauma nella sua accezione originaria, nel suo senso più fisico e organico; un colpo che sconvolge la vita del protagonista lasciandolo solo con la sua ferita, la sua «seconda vista». Una sorta di demone sotto la pelle che gli permette sì di fare del bene nel presente prevedendo catastrofi e disastri, ma anche di ritornare al passato e di ripeterlo rimettendo in scena, nelle sue visioni, il crimine che svelerà l’identità del colpevole. È il lancio verso il futuro della nazione il vero snodo narrativo del romanzo: l’eroe si vedrà costretto a provocare un trauma collettivo, tentando di uccidere il candidato alla Casa Bianca, per evitare che un trauma di portata maggiore sconvolga il mondo intero.

L’intento di King è quello di cucire attorno ad un trauma di dimensioni mondiali, quello della bomba atomica, tanti traumi inferiori da quello nazionale, americano, dell’attentato ai danni di una figura politica fino agli omicidi seriali e agli incidenti domestici, in una dimensione multidirezionale. Il protagonista, inoltre, sente che queste sue visioni mancano di un qualcosa, un vuoto che non riesce a riempire, e questo qualcosa è proprio la sua zona morta, il suo essere between, uno stare tra le pieghe del tempo, una inter-zona morta che gli garantisce la possibilità di guardare retroattivamente al passato e al futuro per modificare e plasmare il presente e impedire, così, l’avverarsi dell’apocalisse.

I singoli traumi di questo personaggio e delle sue visioni finiscono con il coincidere con i traumi della collettività. Una collettività, quella americana, che è nata e si è fondata sul trauma e che, senza saperlo, si è sempre nutrita di questi traumi.

Questo nutrimento traumatico ci riporta a quel vero e proprio romanzo di formazione che è It,il manifesto di tutta l’opera del re dell’horror.

It tratta molte, moltissime e delicate tematiche che non smetteranno mai di essere attuali, l’amicizia, le donne, il razzismo, la vita; al centro della vicenda la creatura del titolo, un polimorfo divoratore di bambini (e non solo), che ciclicamente ritorna ad infestare la finzionale città di Derry con la sua fame insaziabile. Questo mostro, Pennywise, è il morboso specchio della contemporaneità, è il consumo che consuma e controlla sogni e immaginari. La sua peculiarità, infatti, consiste, nella capacità di poter assumere l’aspetto di quanto di più spaventoso e traumatico risieda nella mente delle sue vittime, è il male assoluto, la paura che traumatizza e contemporaneamente finisce con l’attrarre, è ogni trauma possibile. Pennywise è il ritratto del trauma, poiché non ha una forma precisa, è indicibile e inenarrabile, può essere descritto solamente a posteriori, in maniera vaga e in forma di ripetizione.

Per raccontare il trauma, secondo King, bisogna mettere in scena un personaggio che vive e sopravvive all’insegna della ripetizione, ripetendo e rimettendo in scena incubi, timori e tremori di chi sta guardando. Questo mostro viene dalle fogne, il luogo dello scarto, di ciò che viene etichettato ed espulso come rifiuto, un rifiuto che, come il trauma e l’horror vogliono, finirà con il ripetersi e ripresentarsi ossessivamente in forme riconoscibili, ma indicibili, perché perturbanti e traumatiche.

It è l’eterno ritorno a un’infanzia e a un passato traumatici, che tormentano e tormenteranno senza sosta, senza senso e senza una apparente forma di libertà, è la nostra identità individuale e collettiva.

King non lascia questi concetti isolati e propone nuove riflessioni.

Che cosa potrebbe accadere alla storia americana, comune e individuale, se si provasse a privarla di una delle sue immagini più potenti e incisive?

La risposta risiede in 22/11/’63.

Il romanzo racconta di una serie di viaggi nel tempo perpetrati dal protagonista al fine di cercare di preservare soggetto e collettività americani dal trauma dell’assassinio del Presidente Kennedy.

Nella convinzione che modificare il passato possa solo migliorare il futuro e svuotarlo dei suoi fantasmi, il viaggiatore scoprirà come funziona davvero il trauma: la salvezza, nel passato, del Presidente sconvolgerà radicalmente il futuro trasformando l’America in una wasteland, una terra desolata, selvaggia e post-apocalittica. Un’immagine traumatica, quindi, nasconde inevitabilmente una visione ancora più inquietante e profonda e tentare di sventare un trauma ne provocherà inesorabilmente un altro; il protagonista sceglierà, infine, di non intervenire più sulla lastra sensibile del tempo proprio grazie agli acidi benjaminiani di cui solo chi vive nel futuro può godere: i traumi sono parte dell’essere umano.

I traumi, di qualsiasi natura essi siano, sono segni incisi sulla pelle di coloro che li hanno vissuti e proprio in virtù di questa caratteristica non possono essere cancellati, sono delle vere e proprie cicatrici che non si è in grado di comprendere, ma che costituiscono ugualmente una parte integrante del quotidiano e della contemporaneità sia sul piano introspettivo che su quello culturale.

Stephen King non si serve dunque del trauma per raccontare l’orrore: sceglie l’horror per narrare e rievocare i traumi del contemporaneo evidenziandone attualità ed eternità.

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