Cosa abbiamo imparato da Okwui Enwezor?

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A un anno di distanza dalla sua prematura scomparsa dopo una lunga battaglia contro il cancro, abbiamo ancora un sacco di cose da imparare dalla figura di Okwui Enwezor, critico d’arte morto a soli 55 anni il 15 marzo 2019. Lo dimostra il fatto che, digitando il suo nome in internet, la maggior parte degli articoli restituitici dai motori di ricerca sottolineano con fare sensazionalistico il suo essere stato il primo curatore nigeriano della Biennale.

Anacronistico, se pensiamo all’impegno politico che lo vide da sempre intento a smantellare i preconcetti del popolo occidentale nei confronti del continente africano e non solo. Il linguaggio che utilizziamo quotidianamente si fa carico, in maniera più o meno implicita, di diverse problematiche culturali, che si tratti di sessismo quando utilizziamo la parola ‘uomoper indicare l’intera umanità o quando usiamo il noi, inteso come sguardo occidentale nei confronti del mondo. Proviamo a fare un piccolo gioco e ribaltiamo la cosa: non vi farebbe sorridere se un giornalista sottolineasse in un articolo che alla direzione di una specifica mostra o di un’istituzione, vi sarà per la prima volta un curatore proveniente da, che ne so, Cinisello Balsamo? Si tratta di errori stupidi, che all’apparenza possono sembrare anche ingenui, ma che tanto ingenui in realtà non sono, in quanto figli di un retaggio ben preciso. Eredità del vergognoso passato coloniale di cui l’Occidente si fa carico. Un passato che esalta il mito etnocentrico del bianco conquistatore e portatore di civiltà, che sembra acquisire solo ora consapevolezza del fatto che altre realtà vadano incluse nel dibattito intellettuale, finendo però per includerle male, soltanto per pulirsi la coscienza, continuando, nel frattempo, più o meno inconsapevolmente a ghettizzarle.

Concentriamoci quindi sui meriti lavorativi di questa figura capace di animare come pochi hanno saputo fare il dibattito attorno all’arte contemporanea e sull’enorme eredità che ci ha lasciato.

Enwezor nasce il 23 ottobre del 1963. All’età di 19 anni si trasferisce a New York, dove studia scienze politiche. Comincia a frequentare l’ambiente culturale newyorkese e a scrivere poesie. All’inizio degli anni ’90 fonda Nka, rivista dedicata all’arte contemporanea africana.

Nel 2002 cura Documenta, nel 2015 la Biennale di Venezia. Sarà il secondo curatore, dopo Harald Szeemann, a dirigere entrambe le manifestazioni. Nel 2011 diventa direttore della Haus Der Kunst di Monaco, carica fortemente simbolica se teniamo in considerazione che il museo venne istituito durante gli anni del nazismo. L’obiettivo di Enwezor fu quello di raccontare una storia dell’arte che fosse veramente globale, al contrario dei goffi tentativi che lo precedettero. Basti pensare a mostre tremende come Magiciens de la Terre  al Pompidou nel 1989, o Primitivism, tenutasi 5 anni prima al MOMA, che si limitarono ad affiancare a opere di autori modernisti “manufatti tribali”, interpretandoli da un punto di vista puramente etnografico o non interpretandoli proprio. Non che da allora il MOMA abbia fatto dei grandi progressi. Facciamo riferimento al suo ultimo ri-allestimento, presentato al pubblico lo scorso novembre. Allestimento che include sì, seppur in percentuali ridicole, un maggior numero di donne e artisti esterni all’ambiente occidentale, ma continua a farlo nel modo sbagliato. Come nel caso di Faith Ringgold, la cui tela American People Series no. 20: Die, è affiancata alle Demoiselles D’avignon di Picasso. Posizionato in questo modo, all’interno di una sala dedicata a un artista uomo e bianco, il lavoro di Ringgold in quanto donna afro-americana risulta sminuito. La tela viene presentata come derivativa del lavoro dell’autore spagnolo, ma si ignora il fatto che Picasso stesso abbia costruito grossa parte della sua produzione attraverso l’appropriazione culturale.

Pablo Picasso e Faith Riggold

In un articolo pubblicato nel 2006 lo scrittore keniano Binyavanga Wainaina illustrava in maniera satirica come parlare di Africa: «Nel titolo, usate sempre le parole ‘Africa’, ‘nero’, ‘safari’. Nel sottotitolo, inserite termini come ‘Zanzibar’, ‘masai’, ‘zulu’…».

Questo articolo, molto probabilmente, venne frainteso dai curatori della mostra Africa, la terra degli spiriti, tenutasi al Mudec di Milano nel 2015, che ne misero in pratica i dettami alla lettera, proponendo un’esposizione imbarazzante, decorata da zebre e giraffe, che ci riportano dritti dritti ai tempi del colonialismo. Se l’allestimento di una mostra come Magiciens de la terre era un fatto gravenegli anni ’80, la creazione di una mostra dello stesso tenore quasi 30 anni risulta ancora più allarmante. Un ottimo esempio di come non si dovrebbe curare una mostra.

Africa, La Terra Degli Spiriti, Mudec, Milano, 2015

Fortunatamente, lo stesso anno, Okwui Enwezor dirige la 56esima edizione della Biennale di Venezia e cerca di scuotere le coscienze. Intitolata All The Worlds Future e costruita facendo riferimento all’Angelus Novus di Walter Benjamin e alle sue Tesi sul concetto di storia, la mostra ripercorre le dinamiche sociali della nostra contemporaneità, adottando una posizione interdisciplinare, attraverso cui gli artisti indagano il rapporto tra arte, società e politica. Enwezor ha fatto sì che artisti e realtà provenienti da ambienti sottovalutati dalle istituzioni eurocentriche trovassero finalmente lo spazio tanto meritato. E a quanto pare continuerà a farlo, dato che nemmeno la morte sembra in grado di fermarlo. La Sharjah Art Foundation, sita negli Emirati Arabi, ha infatti recentemente annunciato che la prossima edizione della sua biennale ospiterà la mostra Postcolonial, ultimo progetto a cui il nostro lavorò fino a poco prima di lasciarci. Un’ottima occasione per scoprire o riscoprire una delle figure più importanti e influenti dell’arte contemporanea, attraverso cui imparare a ripensare la storia e decolonizzare il pensiero. Perché anche altre narrazioni sono possibili.

Link delle immagini:

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