‘The farewell – Una bugia buona’ di Lulu Wang, 2019

cinema

Malgrado titolo e sottotitolo possano ricordarlo, non è come Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker. Senza dubbio l’azione muove in entrambi i casi da una malattia e si cerca di porvi rimedio mentendo. Tuttavia, se da un lato si vuole convincere la degente che l’URSS sia ancora saldo perché non si lasci andare con esso, nel film di Lulu Wang avviene il contrario. Non bisogna dire alla nonna che ha il cancro, altrimenti quanto la circonda crollerebbe, si tratti della famiglia, della società o della cultura cinesi. La serenità dell’appartenenza a un tutto sarebbe destinata a svanire; ci si troverebbe soli davanti al nulla.

Un grande pregio di questa pellicola consiste nel mostrare lo stato attuale della cultura cinese. La crescita spaventosa degli ultimi decenni e la spinta all’individualismo da parte dell’Occidente non hanno cancellato l’impronta del Taoismo. Come afferma lo zio alla protagonista Billi Wang, cinese di nascita ma cresciuta a New York, «Tu pensi che la vita ci appartenga, ma è questa la differenza tra Oriente e Occidente. In Oriente la vita di una persona è parte di un tutto, la famiglia». Prescrive, infatti, il Tao Te Ching: «Guarda il mondo come al tuo sé. Abbi fiducia nel modo in cui le cose sono».In questo modo, pertanto, anche l’ondata di consumismo (il «modo in cui le cose sono») ha acquistato il proprio posto in tutto l’orizzonte della cultura cinese, anche nel rapporto con la morte.

Lo si vede nella scena della famiglia riunita attorno alla tomba del nonno. Prima gli vengono offerte della frutta, una sigaretta (accesa) e un’arancia (sbucciata, «Altrimenti come fa a mangiarla?» chiede la donna). Quindi bruciano davanti alla lapide, in un piccolo fuoco, i cartonati di alcuni prodotti (tra i quali uno smartphone), nel caso gli occorressero. Come si vede, la necessità (primaria o secondaria) del vivente entra nel rito della morte e, accendendo, sbucciando e bruciando, la ritualità si fa largo nei bisogni. I piani si confondono, come i vivi tra i morti.

Qui la regista, anziché mostrare l’immensità del cimitero e rivelare così la pochezza della famiglia davanti alla morte, adotta una prospettiva in grado di privilegiarla visivamente, mentre si orienta tranquilla fra le tombe ed aggira con agilità le pietre d’inciampo. La luce e l’obiettivo appiattiscono la scena, e i vivi e i defunti appartengono allo stesso Tao. Morte e vita si annullano nel grande ‘cerchio della vita’. A tal proposito, c’è forse da appuntarsi a latere il successo ottenuto dal remake de Il re Leone solo l’anno scorso.

Qualche indizio a proposito di una tendenza a confondere gli opposti e ad abbandonarsi al tutto è visibile anche nell’Occidente contemporaneo, ma non è questo il luogo in cui analizzarlo. Dopo aver indicato, a grandi linee, dove emerga nel film la cultura orientale ed anche come la cinepresa la assecondi, intendo invece segnalare cosa conferisce intensità alla pellicola, nonché i modi in cui ciò si declina. Semplicemente, la protagonista ha gli occhi di un’occidentale, essendo cresciuta in America, e lo stesso vale per la regista. In ogni scena, pertanto, la forzata serenità dell’ambiente fa attrito con lo spettro della malattia, con il dubbio se dirlo o meno alla nonna e con la profonda reticenza ad abbandonarsi al clima generale, alla finzione condivisa. Sempre che di finzione si tratti, tanto pare cristallina la devozione della prozia, la quale, più di tutti, incarna lo spirito cinese. È nei lunghi primi piani di questa donna che lo spettatore cerca una piaga, un dolore, l’angoscia indicibile dell’abnegazione, ma la potenza di queste inquadrature risiede nell’assenza di tali fattori e nell’armonia senza attrito tra l’individuo e il ruolo che incarna. In un primo istante può anche aver sofferto (come quando apprende il male della sorella), ma se ne indovina la fierezza nell’averlo superato. Sempre che di fierezza si possa parlare.

Come il primo piano, anche le vedute grandangolari sulla città rendono attoniti la giovane Billi e lo spettatore occidentale. Essi presentano gli alveari umani di Changchun in una prospettiva straniata, nella loro immensità impressionante e impersonale. Costruzioni nuove, pulite, disabitate, esse sono isolate le une dalle altre tanto dalle lenti adoperate nelle riprese, quanto dall’assenza di forme di vita attorno a sé. È quindi come se dal taxi Billi, tanto all’arrivo quanto alla partenza, vedesse quelle sagome di cemento quasi fossero altrettanti giochi in scatola, mi si perdoni il termine di paragone, tra i quali poter scegliere dove, eventualmente, abbandonarsi. Uso il termine ‘giochi in scatola’ perché lo sguardo che si posa sui Plattenbauten è quello di chi li veda come strutture finite, limitate, per quanto immani. Si rivelano come possibili e rigide realtà, omogeneizzanti forse, ma sempre plurali, non totali. Laddove la sua tradizione rende confuso il limite (così si è visto sulla tomba del nonno) per annullarsi nel tutto, la ragazza newyorkese coglie il contorno, distinto, dei grattacieli, rendendosi così un punto vagante nel vuoto. Libero, forse, ma isolato.