Crisi climatica significa crisi dell’immaginazione

arte, letteratura

«La crisi climatica è anche una crisi della cultura, e pertanto dell’immaginazione». [1]

Questa frase pare abbia l’incredibile ambizione di porre in relazione la crisi climatica con la crisi dell’immaginazione che attanaglia la nostra contemporaneità; straordinariamente ha ragione.

Attualmente tutti sappiamo bene o male cos’è il cambiamento climatico. Se ne parla così tanto che è diventato un fatto accettato nella nostra quotidianità. Ma lo scoglio più grande sta proprio in questa forma di conoscenza, che potremmo definire ‘conoscenza apatica’. Il meccanismo che si verifica è molto semplice: sentiamo le notizie drammatiche sul clima, ci informiamo riguardo la questione, a volte rimaniamo sgomenti apprendendo il futuro che si prospetta, e poi? E poi nulla. Viene a mancare lo scatto qualitativo dell’azione. Solitamente si dice che tra dire e il fare c’è di mezzo il mare. È come se apprendere informazioni inibisse quella parte della coscienza che ci fa riconoscere come responsabili di fronte al cambiamento in corso, all’insegna di un: «io so, quindi ho fatto abbastanza».

Se l’effetto drammatico di quello che sentiamo ci raggiunge (fatto non scontato), quelli che tra noi sono più sensibili si attivano con piccole azioni. Piantare alberi, scegliere macchine ibride, risorse rinnovabili sono tutti gesti importanti perché ci ricordano la centralità dell’azione del singolo per raggiungere un obiettivo comune, ma per il punto in cui ci troviamo, ahimè, non sono più sufficienti. Insomma, non ci salveremo chiudendo l’acqua del lavandino mentre ci laviamo i denti. Per intenderci meglio: è un po’ come tentare di spegnere un fuoco enorme con un secchio d’acqua; forse qualcosa fa, ma non basta: bisogna essere più radicali, bisogna essere dei pompieri.

Come? Cambiando alla radice le nostre abitudini. È stato ampiamente dimostrato che la causa principale dei cambiamenti climatici è l’allevamento. Secondo i calcoli mucche, maiali e pecore attraverso i propri escrementi e peti producono circa il 51% delle emissioni globali annue. Se le mucche fossero uno stato sarebbero terze nella classifica di chi inquina di più, dopo Cina e Stati Uniti. Ecco dunque che un’alimentazione per due terzi vegana consentirebbe di risparmiare CO2 per 1,3 tonnellate l’anno.

Quando si parla di alimentazione è inevitabile: la gente si scazza. Io mangio carne da 22 anni, mi piace molto e d’estate faccio pure dei barbecue niente male. Solo il pensiero di doverci rinunciare mi dà noia, facendomi però capire quanto un’abitudine così radicata come quella alimentare possa essere difficile da cambiare. Ma non bisogna fare confusione, quando si parla di carne in termini ambientali non si sta facendo una critica al gesto etico di uccidere o meno animali, la critica è piuttosto mossa al modo in cui si allevano gli stessi: l’allevamento intensivo. Ogni anno vengono infatti prodotti circa 60 miliardi di capi bestiame, un numero enorme anche solo confrontato con gli abitanti della terra (7 miliardi). Tutti questi animali per essere gestiti hanno bisogno di spazio che viene ottenuto dall’abbattimento di intere foreste, le uniche in grado di riassorbire i gas inquinanti.  È un circolo vizioso che potrebbe essere capovolto semplicemente consumando meno prodotti animali.

Altre azioni veramente concrete che potremmo mettere in atto sono: ridurre i viaggi in aereo, spostarci meno in macchina, fare meno figli. Insomma, è davvero arrivato il momento di fare una scelta, ma ogni scelta è una rinuncia. Allora il primo problema diventa quasi filosofico: quanto e a cosa siamo disposti a rinunciare? È da biasimare chi secondo una visione “solipsistica” vuole godersi la vita per quello che offre pensando al qui e ora, senza preoccuparsi troppo al dopo che verrà? Perché in fondo «il piacere a breve termine è più seducente della sopravvivenza a lungo termine». [2]Io non ho una risposta; ritengo solo che ogni essere umano abbia delle responsabilità nei confronti degli altri che gli vivono accanto e che verranno.

Di fatto se non riusciamo a prendere sul serio il cambiamento climatico e se lo facciamo agiamo in modo inconsistente, questo è dovuto anche ad un problema di percezione strettamente connesso alle nostre attuali capacità di utilizzare l’immaginazione. Il cambiamento climatico è un fenomeno incredibilmente subdolo, non si vede, agisce in silenzio, è latente e difficile da raccontare. Tutto questo lo trasforma in qualcosa di astratto, che sentiamo lontano.

Nel suo libro Possiamo salvare il mondo prima di cena Safran Foer analizza il cambiamento climatico uscendo dal solito racconto mainstream, con un’interessante analisi attorno alla percezione che abbiamo di questo fenomeno. Ciò che viene messo in luce è che «il clima è probabilmente l’argomento più noioso che il mondo scientifico si sia mai trovato a presentare al pubblico». Emblematico è il fatto che l’arte o la letteratura al di fuori di saggi e resoconti scientifici lasci poco spazio a questo argomento, semplicemente perché questa è una storia che non funziona, non è avvincente, e quando ci si prova si finisce nei soliti racconti apocalittici che non lasciano nulla a chi si informa.

È a questo punto del discorso che converge la crisi dell’immaginazione che già Calvino con molta acutezza aveva messo in luce nelle sue lezioni americane (1988), nelle quali si chiedeva: «Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la “civiltà dell’immagine”? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione»[3].

Calvino poi continua mettendoci in guardia: «se ho incluso la visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini».

Oggi la cosiddetta società dell’immagine si configura come totale ambasciatrice delle preoccupanti teorie calviniane, dimostrando tra l’altro, la grande capacità dello scrittore di saper vedere lontano. Stiamo infatti vivendo una pericolosa crisi dell’immaginazione. Oggi siamo inondati da così tante immagini che gli studiosi parlano di un vero e proprio inquinamento iconico. Produciamo, consumiamo immagini senza precedenti nella storia, Joan Fountcuberta per questo ha definito la nostra specie con il termine Homo Photograpichus. Nella marea fotografica abbiamo totalmente perso la nostra sensibilità, le immagini, annullandosi, tra la massa ci scivolano addosso perché non hanno più un peso specifico; sono diventate leggere e anche quando sono pesanti noi, completamente inebetiti, non riusciamo più a coglierne il significato passando immediatamente a quella successiva.

Questa iper-abbondanza di fatto ci ha condotti ad una specie di limbo, ad uno stato di totale inerzia dove la nostra immaginazione flagellata da così tanti input esterni smette di lavorare e si atrofizza. È vero, il processo immaginativo per funzionare spesso parte da immagini già esistenti; il problema qui sta nella frequenza con la quale riceviamo queste informazioni visive. La mente non riesce a trovare un punto di latenza, una pausa dal flusso fotografico che apra uno spazio alla contemplazione. Insomma, l’immaginazione, come se soffocata, non riesce a rielaborare più nulla. 

Pensiamo ora a quanto possa sembrare insignificante un argomento noioso come il clima, posto di fronte agli occhi di un’immaginazione atrofizzata che già da un po’ ha smesso di funzionare. Il tutto aggravato da una produzione culturale incapace di creare attorno al tema un discorso accattivante. Ripenso ad esempio a tutto il parlare che si era fatto attorno al 21 dicembre 2012, presunta data della fine del mondo secondo una profezia Maia mal interpretata. Allora la minaccia era fasulla ma per certi versi sembrava molto più concreta, questo perché le televisioni per anni avevano fatto di tale avvenimento il baricentro culturale dei propri programmi d’approfondimento “scientifico”, senza contare le decine di film e di documentari che hanno portato alla creazione di un immaginario.

Locandina del film 2012

Quella di oggi è quindi una situazione drammatica, perché il processo immaginativo è in verità sinonimo di sopravvivenza. Apro il vocabolario sotto la parola immaginazione e leggo: «Facoltà di cogliere il valore di una ipotesi o di un’interpretazione a livello superiore». Smettere d’immaginare significa quindi smettere di fare ipotesi, con conseguente perdita della capacità interpretativa e di conoscenza del mondo, andando inevitabilmente ad inficiare la visione che potremmo farci del futuro.

La parola ‘crisi’ nasce in ambito medico. I greci con questo termine indicavano un momento decisivo nel decorso di una malattia. Passato quel momento o si poteva migliorare e giungere a guarigione, oppure si moriva. Se siamo giunti a questo punto anche nell’ambito della crisi climatica, provo solo ad immaginarmi l’esito delle scelte che faremo, sempre ammesso che ci venga concesso ancora il lusso della scelta.


[1] Ghosh La grande cecità.

[2] Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena, p.232

[3] Italo Calvino, Lezioni Americane, p.93

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