Musica e prestigio artistico \ Come l’opinione filosofica influì sul valore dell’arte musicale

Musica

In un’epoca come la nostra in cui l’arte è un concetto fortemente legato al soggetto e, di conseguenza, in cui tutto pare etichettabile come arte, a molti risulterebbe difficile non solo il negare la titolatura artistica alla musica, ma addirittura il non considerarla come una delle arti “classiche” e prestigiose per eccellenza, affiancata da scultura, pittura, poesia e quant’altro.


Non è però così noto il fatto che quest’alta considerazione dell’arte musicale, come siamo propensi a definirla oggi, non sia che una concezione relativamente recente, addirittura moderna se consideriamo che i primi accenni concreti di emancipazione della musica strumentale da quella vocale e, di conseguenza, anche del musicista stesso in quanto “alto artista”, risalgono al Diciassettesimo secolo e dunque fanno capo a quella sezione
della musica moderna che oggi chiamiamo Età Barocca.
Numerosi sono infatti i filosofi, o più semplicemente i pensatori, che hanno a lungo trattato di questa disciplina in sensi molto differenti da quelli odierni; se oggi la filosofia tende a trattare la musica sotto la lente dell’estetica, nel corso della storia del pensiero, in particolare alle origini, questa fu presa in considerazione perlopiù sotto la luce della pedagogia, dell’etica o addirittura della psicologia (intesa letteralmente come “scienza dell’anima”).


Voce autorevole nel contesto filosofico dell’epoca è certo quella platonica, la quale suddivide la musica in quanto arte, ergo considerata come tecnica il cui fine è procurare piacere, ed in quanto scienza, cioè disciplina facente parte del campo d’attenzione della ragione e vicina alla filosofia nella misura in cui essa è espressione dell’armonia cosmica.
Se la seconda è considerabile sempre buona per l’animo lo stesso non si può dire della prima: Platone ha infatti un atteggiamento quasi polemico nei suoi confronti ed è disposto a considerarla positivamente solo nel caso in cui il piacere da questa generato sia sfruttato a scopo educativo.
Le tesi platoniche confluirono in seguito in Aristotele, che pur mostrando un atteggiamento meno negativo nei confronti dell’arte musicale, definirà comunque un’idea che per secoli permarrà del tessuto sociale influenzando il pensiero delle generazioni a venire nei confronti di questa disciplina: la musica è per lui atto finalizzato al piacere, ozio contrapposto al negozio sociale e dunque occupazione nobile adatta ad uomini liberi.
Non tratta però il filosofo la produzione della musica in sé, quella resta difatti una forma di lavoro manuale ben lontana dalle pratiche quotidiane di un uomo dall’animo nobile, che secondo Aristotele avrebbe dovuto avvicinarsi alla pratica del suonare uno strumento solo in giovane età per poi necessariamente abbandonarla al fine di dedicarsi all’unico approccio degno verso la musica, ovvero l’ascolto del tutto mentale e la contemplazione
razionale d’essa. Ovviamente vi furono anche fra i contemporanei voci di contrasto rispetto a queste autorevoli opinioni, per esempio fra le file degli epicurei, ma di fatto i canoni della filosofia aristotelica e platonica dominarono la storia del pensiero musicale lungo il corso di tutto il Tardoantico e di gran parte del Medioevo, mantenendo in particolare un forte e radicato dualismo fra “musica buona” e “musica cattiva” che si insediò profondamente anche nel pensiero cristiano, tanto da produrre due importantissimi trattati: il “De Musica” di sant’Agostino d’Ippona (387-389 d.C.) ed il “De Institutione Musica” di Boezio (primi anni del 500 d.C.); in particolare vorrei trattare del secondo, in quanto costituisce un punto focale per la comprensione di come fosse considerata l’arte musicale dagli intellettuali dell’epoca.

Severino Boezio


Numerose sono le tematiche prese in considerazione da Boezio nella sua opera, ma di particolare interesse è certo la tripartizione della musica in categorie, o specie: instrumentalis, humana e mundana.
Il primo, detto anche “Musica instrumentis costituita” è il grado più basso, ovvero la musica prodotta dagli strumentisti e dai cantori, costituente quell’area del fenomeno che viene colta unicamente dai nostri sensi, ben prima che dalla ragione. Si tratta a tutti gli effetti della musica prodotta concretamente dagli uomini, ma ad essa non si limita; comprende infatti tanto la musica che si fa con i soli strumenti, ovvero ciò che corrisponde all’attuale definizione di musica strumentale, quanto la musica congiunta alla poesia fino a giungere
al giudizio e conoscenza della pratica musicale stessa. Cosa resta dunque nelle altre due categorie se tutta la pratica musicale, finanche quella solo contemplativa, è contenuta nella sola sfera della Musica Instrumentalis?
Ragionando secondo canoni contemporanei ci riesce difficile immaginare, ma dobbiamo sempre tener presente che, come detto in precedenza, il pensiero musicale dell’epoca ha fondamenti strettamente legati al platonismo, e quale era per Platone la musica sempre buona? Quella definibile sotto la categoria di scienza.


Abbiamo dunque di fronte a noi una considerazione della disciplina che si esula in toto dalla sfera d’influenza dell’estetica; le due suddivisioni che seguono infatti trattano la musica in quanto non concepibile empiricamente:
La Musica Humana è infatti silente, udibile solamente attraverso un’azione di introspezione; essa esprime l’armonia che regna nell’animo dell’uomo e si produce attraverso l’armonizzazione delle diverse componenti psicologiche che si ottiene solo con la perfetta armonia dell’individuo con sé stesso, con la vibrazione della sua anima; entriamo dunque in un campo d’attenzione fortemente psicologico, nel senso classico del termine.
Resta infine il grado più alto, ovvero la Musica Mundana; essa si esprime nell’armonia delle Sfere Celesti e di quei movimenti ciclici che scandiscono la vita dell’uomo, come per esempio il ciclico moto del giorno e delle stagioni. Il suono di questa musica non può giungere all’orecchio umano, ma il moto delle sfere deve necessariamente produrne e nulla si può immaginare che possa essere più armonioso d’esso.
In Boezio abbiamo dunque, come già ribadito, una concezione di musica profondamente differente da quella contemporanea; la musica prodotta dai soli strumenti, che tanto valore otterrà in epoca moderna da consentirle in certi casi di superare in prestigio addirittura la musica vocale, qui riscuote un livello d’attenzione talmente basso che l’autore non spende alcuna parola su di essa, e perfino la contemplazione dell’arte che in Aristotele tanto nobilmente era considerata qui ricoprirà solamente il ruolo di grado superiore all’interno della specie più bassa di musica che si possa concepire, ovvero quella colta empiricamente, mentre i più alti livelli di manifestazione del fenomeno musicale sono ricoperti da tutto quanto della musica non sia suscettibile di considerazione empirica, ovvero le componenti psicologiche e metafisiche di una musica che non si limita affatto
all’opera musicale in sé, bensì che fa capo ad una “sonorità silente” ad un’armonia, e non ad un suono, che l’uomo può cogliere, forse, solamente attraverso uno sforzo razionale.
E’ bene comprendere che qui prendiamo in considerazione opinioni che ebbero la loro diffusione negli ambienti colti della società tardoantica e medievale; ciononostante gli effetti di questa considerazione sono individuabili sia nella trasmissione della musica verso i secoli successivi sia nella stessa considerazione di “arte ed artisti” nel corso della storia.

Antifonario medievale


Solo per citare un esempio possiamo notare come ad oggi possediamo numerose trascrizioni di opere musicali vocali risalenti al periodo medievale, mentre il numero di quelle solamente strumentali non supera la cinquantina.
Addirittura lo stesso Guido d’Arezzo, celeberrimo innovatore del sistema musicale occidentale ed inventore della notazione tutt’oggi utilizzata (al tempo Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La) definiva il cantore come “una bestia”, attribuendo piuttosto un prestigio ben maggiore a chi della musica conosceva approfonditamente il lato teorico, svalorizzando dunque chi d’essa era meramente esecutore materiale.
Parliamo dunque di un contesto in cui non solo il musico non ha il prestigio sociale che siamo abituati ad associargli, se pensiamo per esempio al grande successo riscosso persino all’epoca da nomi del calibro di Paganini, ma la musica stessa è considerata alla stregua di un mero supporto alla poesia, senza la quale essa non è degna nemmeno di memoria scritta; persino in seguito all’emancipazione della musica in epoca Barocca sono
perfettamente individuabili “sintomi” residui di questa tendenza; è interessante a questo proposito notare come la trascrizione musicale fu per secoli perlopiù un modo di archiviare storicamente le opere del passato, vocali o strumentali che fossero, e non come metodo di riproposizione d’esse; basti pensare che Johann Sebastian Bach fu pressoché dimenticato in seguito alla sua morte e riscoperto solamente in seguito ad una corrente dai toni
passatisti durante il diciannovesimo secolo.
Questa tendenza si arrestò solamente con Mozart ed Haydn, forse i primi ad essere costantemente riproposti, fino ad oggi, anche dopo la dipartita e stabilendo così una nuova luce sotto la quale vedere non solo l’opera d’arte musicale, che diviene meritevole d’essere recuperata anche al di fuori della propria epoca d’origine, ma anche dello stesso musicista che per la prima volta si afferma con un rinnovato prestigio fra le fila dei personaggi degni di grande memoria storico-artistica.


Immagine di copertina: rappresentazione artistica delle tesi Boeziane; la figura sulla sinistra
rappresenta la filosofia, le figure a destra rappresentano la tre specie della musica.
(Frontespizio da Pluteo 29.1, Biblioteca Medicea-Laurenziana, 1245-1255 circa.) https://cutt.ly/ytlQjGn

Immagine Severino Boezio: https://cutt.ly/xtlQlOF
Immagine antifonario medievale: https://cutt.ly/TtlQzam