Quando Galileo ci insegnò a vedere

arte, letteratura

Il 13 marzo del 1610 era un sabato. La sera di quel giorno, un certo Galileo Galilei si trovava presso i torchi di Tommaso Baglioni per seguire da vicino l’uscita del suo Sidereus Nuncius, Annuncio Sidereo in italiano. Questo libro che si presenta come un piccolo manuale di circa 30 paginette, è la punta di diamante che raggruppa in modo cronologicamente coerente, una serie di osservazioni e scoperte che lo scienziato toscano aveva portato a termine, grazie all’uso del telescopio, nei mesi immediatamente precedenti.

A differenza di quello che i luoghi comuni ci portano a pensare di sapere, Galileo Galilei non ha inventato il telescopio. Piuttosto è stato in grado di trasformare il cannocchiale olandese (apparso per la prima volta nel 1608) in uno strumento scientifico. Il salto qualitativo dal “giocattolo” proveniente dai Paesi Bassi rispetto allo strumento Galileiano è da ravvisare in primis in un passaggio tecnico.

Galileo abilissimo artigiano, una volta ottenuto il cannocchiale olandese da tre ingrandimenti, ne comprende il funzionamento. Attraverso rudimentali conoscenze ottiche unite alla sua grande curiosità e a svariati tentativi empirici, riesce a passare dai 3 miseri ingrandimenti olandesi ad uno strumento tutto home-made da ben 20 ingrandimenti. Raccontata così, la storia sembra semplice e lineare, in verità per arrivare a quei fatidici 20 ingrandimenti Galileo ci ha messo mesi, passati facendo la spola tra varie botteghe di vetrai Veneti rubandone i segreti, da usare successivamente per la molatura delle lenti del cannocchiale.  Va inoltre ricordato che Galileo non lavorò da solo. Si trovava nelle terre della Serenissima dal 1592, qui fece conoscenza e amicizia di un certo Paolo Sarpi. Sarà proprio dalla collaborazione con quest’ultimo e della sua schiera di seguaci che otterrà un contributo cruciale per la messa a punto dello strumento.

Ma non solo la tecnica. La trasformazione del cannocchiale in uno strumento scientifico è da ravvisare nell’utilizzo che ne fece Galileo. Quest’ultimo è stato uno dei primi (ma non il primo) a puntare il telescopio verso la volta celeste, ribaltando l’idea di cielo ma anche del mondo che fino ad allora l’uomo si era costruito. Attraverso il telescopio da 20 ingrandimenti ha scoperto che la Luna possiede una superficie frastagliata, fatta di montagne e colline proprio come la Terra, abbattendo così il caposaldo aristotelico per il quale i corpi celesti fossero puri, costituiti da una materia diversissima da quella terrestre: l’etere. 

L’altra scoperta fondamentale riguarda Giove e i suoi satelliti. Galileo è stato il primo e quasi per errore, a rendersi conto che Giove è accompagnato da dei satelliti che gli ruotano attorno. Per l’arte della tecnica di allora riuscì ad individuarne soltanto 4. Di fatto questa scoperta fu ancora più importante della prima, era l’affermazione visiva del sistema copernicano al quale Galileo aveva sempre aderito in segretezza, e che andava a sgretolare il sistema tolemaico sostenuto dalla chiesa del tempo, e rivendicato anche dopo (tanto che Galileo sarà costretto all’abiura).

Tutto questo è riportato nelle pagine del Sidereus Nuncius. Se poco fa lo abbiamo definito come un piccolo manuale, è altresì necessario sottolineare come questo scritto rientri sicuramente in quella schiera di opere definite piccole nella forma ma grandi, grandiose nel contenuto. Questo anzi, non è un manuale ma il padre dei manuali scientifici. Qui l’elemento rivoluzionario non è da ricondurre solo al fatto che Galileo sta introducendo scoperte di per sé sconvolgenti, dilatando l’orizzonte ottico, ovvero la capacità di veder lontano, oltre i limiti umani. Ma è il modo in cui lo fa la vera rivoluzione.

In primo luogo, lo stile in cui è scritto è tutto una novità. Galileo aveva scelto per ovvi motivi divulgativi il Latino, essendo quest’ultimo l’idioma più diffuso negli ambienti intellettuali dell’epoca. Il Latino Galileiano però è dinamico e fresco: “modernissimo nella scrittura, limpidamente effettuale, facile a leggersi, sobrio e asciutto” per dirla con le parole di Andrea Battistini che ha curato l’edizione del Sidereus edita presso Marsilio Editori. Calvino apprezzava moltissimo il modo di scrivere di Galileo, fece scalpore negli anni 80 quando lo definì come il “più grande scrittore in prosa”, proprio per il suo modo di scrivere così caratteristico e pragmatico.

Con il telescopio, il senso della vista, l’atto del vedere assume una nuova veste; Galileo con le sue osservazioni è stato in grado di riconfigurare lo sguardo. La centralità che viene data all’azione del vedere è restituita benissimo nell’opera, attraverso i bellissimi acquerelli della Luna che lo scienziato ci ha lasciato. Il satellite della terra è restituito con un realismo senza precedenti. La plasticità dei crateri, l’attenzione per le ombre, sembrano conferire al disegno bidimensionale, una plasticità tale da poter acciuffare la Luna durante la lettura. Ricordiamolo ancora, prima di questa osservazione si aveva la totale convinzione che la luna fosse piatta e che le macchie scure fossero dovute ad una colorazione diversa del manto lunare. Non solo quindi i disegni testimoniavano una scoperta quasi drammatica per la sua importanza, ma per la prima volta in un libro le immagini diventavano centrali soggiogando a sé le parole. Il Sidereus quindi è un libro che chiunque può leggere, basta sfogliarlo e guardarne le immagini per comprendere di cosa si tratta.

Gli acquerelli galileiani della luna

Non solo la Luna, anche Giove è restituito graficamente attraverso una serie più schematica di disegni che rappresentano cronologicamente gli spostamenti del pianeta con i suoi satelliti. L’attenzione all’elemento cronologico permette a Galileo di personificare la scoperta. Il lettore diventa un testimone virtuale, come se stessimo facendo l’osservazione insieme a lui, giorno dopo giorno possiamo vedere gli spostamenti dei satelliti.

Giove e i suoi satelliti detti Medicei perché dedicati alla casata Medici

Nella lingua italiana abbiamo tre possibilità per indicare l’azione dello sguardo: Guardare, dal francone wardōn “stare in guardia”. Osservare, dal latino observare “tenere in servo, presso di sé”. Infine, Vedere che porta con sé qualcosa in più rispetto agli altri. Deriva dal latino vidēre, è il più astratto dei tre perché la sua radice europea proviene da sapere.

Galileo nel 1600 ha applicato lo sguardo del vedere, ricavandone un sapere che ha reso l’uomo meno miope.

Link delle immagini: Wikimedia Commons