Andy Warhol, tra parrucche e crocifissi

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Se è vero che, come dice Mario Praz: “La casa è l’uomo, tel le logis, tel le maître; ovvero dimmi dove abiti e ti dirò chi sei”, l’ultimo appartamento newyorkese di Andy Warhol, al 57 della 66th street, diventa un’insolita, ma imperdibile chiave di lettura di uno dei più grandi geni artistici del suo tempo e non solo.

Poco dopo la sua morte, i periti di Sotheby’s, una delle case d’aste più importanti del Regno Unito, furono incaricati di periziare la dimora di Warhol. Ad attenderli, qualcosa di mai visto prima:

Lì, nella spaziosa sala da pranzo c’era un bel tavolo in stile federale, circondato da una dozzina di sedie art déco. Sul pavimento era disteso uno sfarzoso tappeto, naturalmente un Aubusson. I quadri, appesi o appoggiati alle pareti, quasi tutti di primitivi americani e una piccola xilografia del maestro norvegese Edvard Munch, erano tutti di prim’ordine. Ma nella stanza non si riusciva ad entrare. Ogni centimetro del pavimento, del tavolo, della credenza, era coperto da una miriade di scatole, sacchetti per la spesa e pacchi – un tale ammasso di roba non meglio identificata – da bloccare il passaggio.

Una moltitudine di autentiche opere d’arte a contatto con credenze strabordanti di creme per la pelle, bottiglie di profumo, orologi e stecche di sigarette, insomma: capolavori e robaccia.  

La collezione di ephemera nel The Andy Warhol Museum, comprende oltre mezzo milione di oggetti di varia natura.

Tutto questo è Andy Warhol, uomo e artista dalle mille contraddizioni. Era il 1968 quando venne inaugurata la sua celebre Factory, un laboratorio e non un semplice studio, in cui l’uso di serigrafie era finalizzato a produrre immagini di massa. All’interno di questa industria al quanto insolita, gli “operai dell’arte” assumevano le sembianze di: drag queen, musicisti, attori, personaggi mondani e liberi pensatori, il più delle volte destinati a diventare soggetto e oggetto delle opere stesse dell’artista. Andrew Warhola, questo era il suo vero nome, stravolse l’idea di arte pura, scatenando l’eterno e tanto discusso dibattito circa l’esaltazione della sua “importanza” o, secondo alcuni, “insignificanza”.

Le risposte alla domanda “Chi era Andy Warhol?” sono infinite e contraddittorie; a partire da quella diffamatoria del Time che lo definì uno spacciatore di trovate, fino alla visione ammirata dei suoi seguaci e collezionisti che da sempre vedono in lui un profeta o addirittura un santo. 

Andy Warhol, The last supper, 1986

A cambiare ancora una volta le carte in tavola, ci pensò John Richardson che poco dopo la morte di Warhol, nell’aprile del 1987, durante la funzione religiosa commemorativa, si pronunciò in un elogio, rivelando la poco nota abitudine dello scomparso di recarsi a messa “più spesso di quanto non fosse obbligatorio”. La stessa persona che con tanta smania costruì la propria vita all’insegna del successo, dell’eccentricità e della trasgressione, si rivela ora custode di una religiosità inaspettata e sorprendente. La vita bohemien della Factory e il cattolicesimo: una violenta contraddizione che ancora una volta manifesta l’impossibilità e l’inutilità di chiudere l’universo di Andy Warhol entro i confini rigidi di una definizione. Tuttavia, ciò non esclude un tentativo quantomeno di comprensione; gettando uno sguardo alla sua biografia, emerge la figura di una madre dai profondi sentimenti religiosi che, congiuntamente alla frequentazione della Chiesa di San Giovanni Crisostomo a Pittsburgh, lasciò in Andy una traccia tanto profonda quanto nascosta, quasi segreta. Ecco che, accanto alle scatole verdi delle parrucche ammassate accanto al televisore, i periti di Sotheby’s scovarono un altare per la preghiera:

Un antico crocifisso su un comodino accanto al letto a baldacchino in stile federale; un quadro di un primitivo americano di due ragazzine in abiti rossi e mutandoni bianchi che occupava, naturalmente, un posto d’onore sopra al caminetto di fronte al letto.

A conferma di questa pietà segreta, si aggiunge la testimonianza del parroco della chiesa newyorkese di Saint Vincent Ferrer, che restituisce l’immagine di un uomo cristiano, nel senso più alto e profondo del termine. Un uomo raccolto quasi quotidianamente nel silenzio della cappella privata in Lexington Avenue e che talvolta prestava aiuto in una mensa per poveri.


Andy Warhol, Twelve Electric Chairs, 1964.

 

Non solo denaro e fama, ma nella vita e nella produzione artistica di Andy Warhol affiora spesso l’inquietudine legata alla caducità dell’esistenza: la morte prematura del padre e la perdita di molti amici, a causa della piaga dell’Aids, sono solo alcuni dei numerosi episodi che costrinsero l’artista ad un costante memento mori.

Ecco allora apparire una possibile spiegazione a quella tendenza ossessiva-compulsiva al collezionismo esasperato; e se tutto ciò fosse frutto di una lotta alla fugacità della vita, attraverso la materializzazione della stessa? 

Questo, probabilmente, è un quesito destinato a rimanere irrisolto, uno dei tanti e intimi non detti, ben lontani da quell’aura glamour tipicamente warholiana. 

Si sa tutto, ma allo stesso tempo non si sa niente”, così scriveva di sé Andy Warhol nel 1975, catturando meglio di chiunque altro l’essenza della sua immortale grandezza.

Immagine di copertina: Stephen Verona, Andy Warhol (The Signing).

Link delle immagini:

https://www.warhol.org/

https://www.saatchiart.com/

https://publicdelivery.org/