The two popes: un nitido edificio per il banale

cinema

‘I due papi’ di Fernando Meirelles, 2019

Si parlerà ancora degli anni dieci tra cent’anni? Certo che sì, adesso abbiamo due papi. Ed ora anche un film sui due papi, ‘I due papi’, appunto, di Fernando Meirelles. Forse non passerà alla storia quanto l’evento da cui trae origine, ovvero il gran rifiuto di papa Benedetto XVI, ma merita comunque qualche riga. Non intendo soffermarmi sulle discrepanze storiografiche per due, semplici, motivi. Anzitutto conosco i fatti occorsi e le intenzioni dei protagonisti pressappoco come i risultati della prima fumata nera, né è d’aiuto la prossimità degli avvenimenti. In secondo luogo, per cogliere quanto della nostra epoca (o degli anni dieci) permei la pellicola, ritengo più importante il modo in cui vengano percepiti i fatti, piuttosto che i fatti in sé. Deo gratias, se così posso evitare di commentare la trama, banale come un film natalizio, e soffermarmi invece nelle forme in cui essa si diffonde e riecheggia attraverso le scelte del regista.

L’intera pellicola si può riassumere in poche righe, presentando l’antipatia serpeggiante tra un papa conservatore e un cardinale riformista, la quale si risolve nella riconciliazione tra i due (più come individui che negli ideali) quando Benedetto XVI rinuncia al soglio pontificio. Vi risparmio il finale più per circostanza che per timor di spoiler, ma si sappia che ne escono entrambi in modo dignitoso, e come due amiconi di lunga data. Qualcosa come Greenbook, per intenderci. Anziché uno scontro tra il bianco e il nero, tuttavia, qui si tratta del binomio ‘ponte’ e ‘muro’, ‘apertura’ e ‘chiusura’.

Il volto di Jonathan Pryce (nei panni di Bergoglio) riecheggia ancora il suo Don Chisciotte del 2018, rendendoci il papa argentino ben più simpatico del pontefice tedesco, nascosto tra le rughe tumefatte del cannibale Anthony Hopkins. Ciononostante, il film non indugia troppo in moralismi e agiografie da Rai Cinema. È evidente che, per il regista, l’unica cosa buona fatta da Ratzinger sono state le dimissioni. Ed è pure palese che i soli tratti accettabili di Benedetto XVI sono quelli in cui è simile a papa Francesco. Addirittura le poche battute simpatiche del papa emerito sono quelle in cui ripete le parole di Bergoglio. Ma ritengo tutto ciò perdonabile, quando la forma sviluppi il tema con una certa arte.

Più che alle scene manieristiche in bianco e nero e del grandangolo romantico, sono i campi semantici a saltare all’occhio. Essi allacciano una trama di per sé lineare e permettono di conciliare le antifone in qualcosa di più strutturato che un ping pong teologico. Alcuni sono didascalici, come il tema del ‘calcio’ (che racconta la bellezza del confronto), quello della musica pop (Dio risuona ovunque), delle lingue vive e della lingua morta (“Homo sum, nulla di umano ritengo a me alieno”) e della ‘chiamata’, sia telefonica che spirituale (“Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”). A riscattare, almeno in parte, queste scialbe giustapposizioni, c’è però il tema della Cappella Sistina, tutto sommato la terza protagonista della pellicola.

Essa è l’incarnazione delle visioni opposte dei due papi. In primo luogo, da un lato è l’emblema della chiusura (nel conclave), dall’altro dell’apertura (a un certo punto un Ratzinger ‘franceschizzato’ fa dei selfie con i visitatori). È poi vero che gli affreschi sono espressione di quella cura per l’eleganza che si assapora nella vestizione papale del (non più) giovin signore tedesco, ma i loro cugini, i murales, illustrano agli analfabeti delle città argentine le storie di San Francesco. È attraverso queste forme d’arte povera che, appunto, un apprezzabile piano sequenza ci introduce all’Assisi di Bergoglio, in una piazza gremita di fedeli. Altre illazioni sul Giudizio Universale sarebbero avvalorate dall’indugiarvi della cinepresa, ma poco gioverebbe al discorso, quindi le lascio al lettore. Ciò che mi preme sottolineare è come l’immagine della Cappella Sistina doni una struttura solida all’ondeggiamento da un papa all’altro, sia in termini di successioni naturali (il primo conclave), che nei rapporti tra Bergoglio e Ratzinger. Nella sua figura non sembrano, per un attimo, esserci giudizi di valore per quanto concerne l’opposizione di quest’ultimo con il vivo fervore argentino di chi cerca Dio o vuole essere trovato (correndo qui e là, papa Francesco Gli concede occasioni per coglierlo attraverso i segni, a quanto pare numerosi). Acquista spessore, infatti, anche il silenzioso e solitario contegno germanico, proteso all’ascolto del verbo divino e poi nauseato nel trovare ovunque soltanto se stesso (“O, göttliche Noth!”). Da un lato il rito compunto, il latino ossequioso, il segreto delle fiamme e il tacere delle fumate. Dall’altro la gioia incontenibile dell’essere stato eletto pontefice, tra il pallottoliere (così si chiama) dei futuri papabili, l’estrazione dei biglietti allo scrutinio, il conteggio dei voti su una tabella e l’esultanza di chi ha ottenuto una ‘sistina’.