Immagini televisive, malgrado tutto

arte, cinema

Nell’epoca digitale le immagini non sono più proprietà esclusiva degli artisti, ma contribuiscono a costruire una certa coscienza, una certa sensibilità, una certa opinione nei confronti dell’ambiente che ci circonda, soprattutto grazie alla possibilità di interagire direttamente con esse. Questo potere, porta con sé aspetti molto pruriginosi. Fenomeni come le fake news, per esempio, manipolano la realtà, una realtà che al tempo stesso ci manipola. Il problema diviene dunque capire se ciò che ci si para di fronte sia vero, falso, o proiettato a muoversi in entrambe le direzioni.

Quando guardiamo un’immagine, dobbiamo pensare alla sua natura problematica, al fatto che possa trattarsi di un’originale, di un’imitazione, di un falso che corrisponde a qualcosa di vero, o viceversa. Negli anni ’40, il regista Alfred Hitchcock viene chiamato da Sidney Bernstein  a montare ore e ore di girato che documenta l’orrore dei campi di sterminio. In questo caso, la realtà appare talmente orrenda da risultare incredibile. Solo un maestro dell’orrore come Hitchcock avrebbe potuto costruire un documentario televisivo a partire da questo materiale, salvo a un certo punto mollare tutto il lavoro, per lui diventato emotivamente intollerabile. Il video, rimasto per decenni negli archivi dell’Imperial War Museum di Londra e riscoperto parzialmente negli anni ’80, vedrà la luce in forma completa e restaurata soltanto nel 2014, risultando più complicato di quanto possa sembrare. Le immagini dei campi di sterminio infatti, appaiono talmente incredibili da instaurare in molte persone dei grossi dubbi in merito alla loro autenticità. Proprio per questo il numero di negazionisti dell’olocausto continua tristemente ad aumentare. Ci troviamo di fronte a immagini vere, clamorosamente interpretate come false.

Nell’immediato, anche le immagini dell’11 settembre trasmesse in diretta televisiva sembravano false. Accendendo la tv all’improvviso infatti, avrebbero potuto benissimo essere scambiate per le scene di un film. Scelta non casuale ma strategica, parte di una precisa regia di questa fase del terrorismo. Tali immagini, si imprimono nell’immaginario collettivo proprio grazie alla loro potenza, con la quale attaccano i simboli del potere capitalista. Interessante tenere in considerazione come questi attacchi si svolgessero al mattino, in modo da poter coprire tutte le 24 ore della giornata in diverse fasce di audience, ottenendo così un impatto capace di seminare il panico tra le coscienze, esattamente come l’ISIS continua a fare oggi: utilizzando una regia ben precisa e costumi ben precisi, ripetuti e riconoscibili, che attingono da un immaginario preso proprio dall’occidente.


A illustrare la natura enigmatica dello strumento televisivo interviene Bruce Nauman, che con la sua opera Live Taped Video Corridor porta alla luce l’ambiguità delle immagini video.

Nell’opera, uno stretto corridoio sorvegliato da una telecamera posta al suo ingresso, lo spettatore è costretto a camminare fino a raggiungere il fondo, in cui si trova un monitor su cui è proiettata la sua immagine. Ma mentre si avvicina a esso, l’immagine proiettata si allontana sempre più.


Bruce Nauman, Live-Taped Video Corridor, 1970

Un altro artista che cercò di svelare la natura ambigua delle riprese televisive fu il performer Chris Burden. In seguito a una performance in cui si fece sparare a un braccio, guadagnò una certa notorietà e gli vennero proposte diverse ospitate televisive. Ne accettò soltanto una, che utilizzò per inscenare un’altra performance. Intitolata TV Hijack, consiste in un’intervista liberamente condotta dall’artista, in cui nessuno avrebbe potuto interrompere le sue azioni. Appena la giornalista inizia a intervistarlo, lui le salta al collo e la minaccia con un coltello. Se gli operatori avessero interrotto la trasmissione, Burden l’avrebbe uccisa. Va avanti così per un po’, finché non recede. Ucciderla, naturalmente, non era sua intenzione. Il suo obiettivo, era mettere in mostra la natura oscena della televisione, una televisione che trasmette la morte in diretta. Perversione visiva figlia dell’aspettativa di voler vedere tutto e in tempo reale.


Chris Burden, TV Hijack, 1972

Questa performance, richiama un triste episodio della storia della televisione americana. Nel 1974 infatti, la giovane giornalista Christine Chubbuck, decise di togliersi la vita in diretta televisiva con un colpo di pistola alla testa, proprio mentre stava conducendo una trasmissione, annunciando il tutto con le seguenti parole: «In linea con la recente politica di Channel 40, “sangue e budella”, state per vedere a colori un altro tentativo di suicidio.»

Tale episodio, per quanto terribile, offre degli spunti di riflessione interessanti. Le immagini del suicidio della giornalista infatti, non circolarono mai. Ci troviamo di fronte a ciò che viene in gergo definito un pezzo di lost media. In pratica, un prodotto mediale pensato per essere fruito da un’ampia utenza ma inaccessibile.

Still dal film “Christine”, 2016

Le immagini, oltre a manipolare la realtà, modificano i meccanismi di funzionamento della nostra memoria. Proprio sul funzionamento di questi meccanismi si interroga Pierre Huyghe, che con The Third Memory, prende in esame un episodio di cronaca che aveva saputo catturare l’attenzione di migliaia di telespettatori: una rapina ripresa dalle telecamere di sorveglianza di una banca, che si conclude con l’arresto del rapinatore. Sulla base di questo episodio, viene girato un film, Quel pomeriggio di un giorno da cani. L’artista, prende poi il vero criminale e realizza un terzo documento, facendogli ripetere alcune scene della rapina, ricostruendo le dinamiche che l’hanno condotto alla galera. Il protagonista, rimetteva quindi in atto le varie azioni, ma non come le aveva realmente vissute, ma come le aveva viste recitare nel film.


Pierre Hyughe, The Third Memory, 1999

La memoria è uno strumento complesso. Le cose che aggiungiamo ai ricordi, nel tempo possono modificarne l’originalità. Finiamo così per ricordarli  con le varianti che vi abbiamo aggiunto, e ripulire un episodio da tali incrostazioni, risulta assai difficile. Nell’era delle immagini, interrogarsi sul rapporto che intercorre tra realtà e finzione e imparare a distinguerle, diventa più urgente che mai.

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